I magistrati non sono “la Giustizia”. Più modestamente, sono un campione di società chiamato a rendere un servizio. E il campione riflette ciò che nella società si agita. Bravura e insufficienza, coraggio e pavidità, equilibrio e arroganza, rigore e menefreghismo, etica della responsabilità e conformismo burocratico… In questi giorni abbiamo scoperto però una nuova “specie”. Quella dei magistrati che condannano un imputato e poi si precipitano a casa sua per cospargersi il capo di cenere.

E’ noto lo “strano caso” del giudice Amedeo Franco. Componente di un collegio giudicante della corte di Cassazione, firma e controfirma pagina per pagina (come tutti i suoi colleghi) il dispositivo e la motivazione di una sentenza di condanna. Per chi non fosse d’accordo, una specifica legge prevede la possibilità di manifestare l’opinione dissenziente inserendola in una busta chiusa da protocollare e conservare. Nulla di tutto questo avviene nel caso in esame.

Nondimeno, il giudice Franco – folgorato in qualche modo sulla via di palazzo Grazioli – un bel dì decide di oltrepassare la soglia della dimora dell’imputato condannato, Silvio Berlusconi. E qui si produce in un clamoroso ribaltone. Ritratta tutto, alla stregua di un pentito di quart’ordine. Il processo? Un complotto eterodiretto. Il collegio giudicante? Un plotone di esecuzione. La condanna? Una porcheria. E via seguitando con pesanti accuse, a formare un “mazzo” di gravi reati che non risultano mai denunziati alla competente autorità, come sarebbe invece obbligo per qualunque pubblico ufficiale. Un vero colpo di teatro. Maestro di cerimonia un altro magistrato, Cosimo Ferri, che con il processo e la relativa condanna non c’entra nulla.

Ora il fatto è sicuramente singolare. E lo spirito di coloro che si sono subito scatenati in campagne a sostegno di Berlusconi (persino chiedendo che sia tosto nominato senatore a vita e più in là capo dello stato, per riparare l’ingiusto danno e l’offesa patiti in ragione della condanna “picconata” da Amedeo Franco) non sorprende più di tanto, trattandosi per lo più di personaggi che da sempre sono fedeli seguaci del Cavaliere. Epigoni dei 315 parlamentari che avevano bevuto e votato la storiella di un di un suo intervento presso la Questura di Milano in favore della giovane “Ruby rubacuori” per evitare un incidente diplomatico con Mubarak.

Poi ci sono quelli che chiedono una Commissione d’inchiesta. Roba impegnativa. Proprio per questo, attenzione alle trappole. Leggendo le cronache dell’anomala vicenda, a fronte della rivelazione di una clamorosa frode processuale uno si aspetterebbe reazioni preoccupate di coerente gravità. Invece no. Oltre a riciclare la storia dell’incidente diplomatico con Mubarak (dimostrando così una scarsa considerazione per i suoi interlocutori, posto che Giovanni Sartori aveva scritto a suo tempo sul Corriere che era una “favola anche per un bambino di sei anni”), tra una tisana e l’altra la conversazione – registrata non si sa né da chi né come – tracima nel grottesco e nel boccacesco: le dannate palline del cane Dudù su cui Berlusconi scivola; la “caccia al tesoro” su Emilio Fede nelle serate “eleganti”; le ragazze da aiutare perché avendo accettato un invito a queste serate avevano poi avuto la vita devastata; i commenti su come procurarsi le escort….

Dunque un contesto leggero e surreale, inconciliabile con la drammatica gravità del momento. Vengono fatte rivelazioni che possono avere grevi ricadute sulla qualità stessa della nostra democrazia. Nessuno pretende che i tre protagonisti della chiacchierata si mettano a sventolare bandiere tricolori per celebrare quello che ai loro occhi avrebbe dovuto essere un successo (un golpe da denunziare per rifare la storia in un certo modo); ma non è plausibile neanche il disinvolto e repentino passaggio dalla tragedia (istituzionale) alla pochade. C’è qualcosa che stride. Come stride il fatto che la registrazione sia stata “riesumata” dopo alcuni anni, solo dopo la morte del giudice Franco.

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