Rawan è arrivata dall’Afghanistan in Grecia da sola, con due figli minorenni. Vittima di violenza sessuale, ha dovuto vivere sotto una tenda per 6 mesi in una zona del campo sovraffollato di ‘Moria’, a Lesbo, dove non ci sono nemmeno i bagni. Qui convivono 15mila disperati esposti al contagio da Covid-19, in uno spazio concepito per 2.800 persone, senza acqua per lavarsi le mani, né la possibilità di mantenere le distanze. A metà giugno in Grecia erano detenuti circa 229 minori migranti non accompagnati, mentre in tutti gli hotspot sulle isole attualmente si trovano in condizioni disumane e in piena pandemia circa 38mila migranti, in spazi costruiti per ospitarne meno di 6.200. La storia di Rawan (nome di fantasia) è raccontata nel rapporto diffuso da Oxfam e Greek Council for Refugees, che fotografa gli effetti della riforma greca del sistema di asilo, approvata il 1 gennaio 2020, e parzialmente modificata a maggio. Le due organizzazioni denunciano che a causa di detenzioni arbitrarie e respingimenti da parte delle autorità, ‘abusi e molestie su donne indifese sono in aumento durante il lockdown’ e lancia un appello a Unione europea e Grecia per la cancellazione della normativa in vigore.

LA VERGOGNA NEL CUORE DELL’EUROPA – Ed è proprio Rawan a descrivere le condizioni di vita a Moria. “La situazione nel campo era già spaventosa – racconta – ma con la pandemia è diventato peggio. Ci dicevano: se il virus arriva qui scaveranno una gigantesca fossa in cui seppellirci”. E il rischio c’è: “Ci hanno dato due mascherine e un pezzo di sapone, ma non sappiamo che farcene visto che non c’è acqua. Alla distribuzione dei pasti c’era talmente tanta gente che era impossibile mantenere la distanza”. Che gli stupri siano aumentati lo confermano anche le parole di Barlin, che per raggiungere la Grecia dalla Somalia, ha affrontato un viaggio tra la vita e la morte. È arrivata sull’isola di Lesbo nel 2019 e le è stata assegnata la sezione dedicata alle donne single, all’interno del campo di Moria. È lei a raccontare di un gruppo di donne che vive in un uliveto, appena fuori dal campo. In piena pandemia, di notte non avevano neppure accesso a servizi igienici e bagni e hanno dovuto difendersi da sole, dato che non c’era la polizia e nessun tipo di protezione. “Ricordo una notte in cui degli uomini hanno iniziato a minacciarle – racconta – sono entrati nelle loro tende e hanno preso i loro cellulari. Qui molte ragazze devono fare i conti con paura e attacchi di panico frequenti”. Nell’uliveto vive anche Jamal. Arrivato a 16 anni dall’Afghanistan, è stato erroneamente registrato come un maggiorenne e gli è stato trovato posto in una tenda condivisa con una dozzina di uomini adulti che non conosceva. Diverse peripezie burocratiche non hanno tuttora risolto la sua situazione.

LA PRASSI: DONNE INCINTA E BAMBINI DETENUTI NEI CAMPI – In realtà uomini, donne e bambini in fuga da violenza e persecuzioni nella stragrande maggioranza dei casi, in Paesi come Siria e Afghanistan, hanno poche possibilità di accedere ad eque procedure per l’ottenimento della protezione internazionale. Il tutto a fronte però di poco più di 10mila arrivi nel 2020 (nel 2019 erano stati oltre 74 mila). Al loro arrivo negli hotspot delle isole, i migranti (molti dei quali in condizione di particolare vulnerabilità, come bambini, donne incinta, disabili) vengono posti in stato di detenzione senza accesso a cure sanitarie, né ad alcun tipo di tutela. Il sistema rende poi incredibilmente difficile l’esame delle cause che spingono i richiedenti asilo a lasciare i propri paesi di origine, spesso attraversati da guerre e persecuzioni.

A LESBO UN SOLO AVVOCATO PER LE RICHIESTE DI ASILO – La riforma impedisce di fatto a molti richiedenti asilo che non hanno supporto legale, di ricorrere in appello in caso di respingimento della propria domanda. L’appello, infatti, può essere presentato solo tramite avvocato e a Lesbo ce n’è uno solo. Emblematica la storia di Ali e di sua moglie Karima (cittadini siriani) arrivati nel campo di Moria a novembre 2019. Il primo colloquio di registrazione l’hanno avuto a gennaio 2020 e ne è stato fissato un altro per il 10 maggio 2021. La coppia ha chiesto se, con l’assistenza di un avvocato, sarebbe stato possibile anticipare i tempi, ma la risposta è stata negativa. Durante il loro soggiorno, tra l’altro, Karima è caduta da un ponte pericolante nei bassifondi di Moria e l’incidente le ha provocato un aborto spontaneo. Ora è di nuovo incinta, ma non è mai stata vista da un medico.

LE FALLE DEL SISTEMA DI ASILO – “Quando le autorità greche respingono una domanda di asilo, ciò non significa che le persone non abbiano bisogno di protezione internazionale – spiega Spyros-Vlad Oikonomou, policy advisor del GRC – ma è una conseguenza della procedura accelerata di asilo applicata in questo momento alle frontiere, con termini molto brevi che non fanno che moltiplicare gli errori. Il tutto in un contesto che non consente a molti di avere né il tempo, né il modo per prepararsi al colloquio di valutazione, che gli farà rivivere gli orrori passati e da cui sono fuggiti”. Un sistema che ha come conseguenza la detenzione immediata di coloro che hanno visto respinta la domanda di asilo e il successivo respingimento in Turchia o nel paese di origine. Una regola che vale, però, per chi è arrivato dall’inizio del 2020. Perché ad attendere chi è arrivato nel 2019 (a causa dei nuovi arrivi, le vecchie procedure sono state rinviate, ndr) ci sono mesi, se non anni, di attesa per il primo colloquio. Mesi e anni in cui si rimane intrappolati in condizioni disumane nei campi come Moria “con il bene placet dell’Unione europea, esposti a molestie e abusi, soprattutto se si è donne sole”.

L’APPELLO – “Questa riforma è uno schiaffo all’impegno umanitario dell’Europa di proteggere chi fugge da guerre e persecuzioni – commenta Riccardo Sansone, responsabile dell’ufficio umanitario di Oxfam Italia, secondo cui “l’Unione europea è complice di questo abuso perché ha usato per anni la Grecia come terra di sperimentazione di nuove politiche migratorie. Ci preoccupa moltissimo che il sistema di asilo greco possa diventare ispirazione per la futura riforma europea”. Di fronte a questa situazione le organizzazioni chiedono “al governo greco e alla Commissione europea di rivedere immediatamente l’attuale normativa, in modo che non sia lesiva dei diritti umani, né sia in contrasto con il diritto comunitario”. Una situazione che però non potrà essere risolta, avvertono Oxfam e GRC, senza una condivisione di responsabilità a livello europeo. “La politica di esternalizzazione del controllo delle frontiere comunitarie – conclude Sansone – realizzata in questo caso con la Turchia e, in modo simile con la Libia per respingere i flussi lungo la rotta del Mediterraneo centrale, si è dimostrata fallimentare e ha messo a rischio migliaia di vite, oltre ad esporle ad orrori indicibili”.

(foto di Giorgos Moutafis)

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