Sono ormai lontani i tempi in cui le lunghe gambe di Naomi Campbell e i suoi tacchi a spillo in equilibrio sui ciottoli di Ponte Vecchio a Firenze attiravano gli sguardi di migliaia di fotografi e emittenti televisive di tutto il mondo arrivate nel capoluogo toscano per immortalare una delle più spettacolari sfilate di Roberto Cavalli.

L’apparizione della “Venere Nera” fasciata nelle stampe animalier tipiche della maison fiorentina celebre in tutto il mondo concludeva uno degli eventi che è ancora ricordato proprio per essersi svolto in un luogo simbolo di Firenze e la città aveva orgogliosamente concesso questo privilegio ad uno stilista che si dimostrava molto legato alla tradizione e alla territorialità del suo marchio.

I fuochi d’artificio che si riflettevano sull’Arno erano quelli di un’azienda che scoppiava di salute con l’indimenticata direttrice di Vogue Italia, Franca Sozzani, che scriveva: “I suoi abiti sono le sue stampe” ma nella metà degli anni 2000, dopo 40 anni di attività, la casa di moda ha cominciato a dare le prime avvisaglie di una crisi con la cessione del 90% della proprietà al fondo Clessidra che, nel 2019, ha deciso di ricorrere al concordato preventivo per arrivare infine alla vendita al magnate arabo Hussain Sajwani del gruppo di real estate Damac Properties di Dubai.

E così anche la maison Cavalli rientra purtroppo nella lunga lista di gioielli dell’economia italiana ceduti agli stranieri e, come se non bastasse, in queste settimane a 170 dipendenti è stata comunicata la decisione dei vertici aziendali di trasferire da settembre la storica sede di Sesto Fiorentino (Fi) a Milano. Una decisione che coglie di sorpresa quasi 200 lavoratori e le loro famiglie e che risulta ancor più assurda se consideriamo che la pandemia da coronavirus non è ancora cessata e la maggior parte delle aziende si muove in senso opposto privilegiando lo smart working e il lavoro a distanza.

Chiedere ai dipendenti di trasferirsi dalla Toscana alla Lombardia con così poco preavviso e senza tutele somiglia ad un licenziamento di massa mascherato, come fanno notare i cortei di protesta di questi giorni e le organizzazioni sindacali; tanto che 100 lavoratori, trovandosi nelle condizioni di non poter sottostare a questa forma di ricatto, hanno deciso di licenziarsi e accettare, obtorto collo, l’indennizzo corrispondente a 8 o 11 mensilità a seconda dell’anzianità.

Volendo andare a fondo della questione, non sono neppure chiari i motivi del trasferimento, in quanto non ci sono reali ragioni tecnico-economiche e non è stato fornito un piano di rilancio e sviluppo dell’azienda; senza contare che la chiusura della sede toscana è un grave danno non solo dal punto di vista occupazionale, ma anche per le ricadute sull’indotto delle industrie che forniscono le materie prime e per la perdita delle radici e dell’identità di un marchio legato da anni alla città di Firenze.

Forse sarebbe il caso che il governo e le istituzioni, oltre a esprimere la propria solidarietà ai lavoratori, vigilassero maggiormente su operazioni come questa, soprattutto quando dietro ad una chiusura non c’è una proprietà con un fondo istituzionale o sovrano, ma Paesi stranieri e denaro la cui provenienza non è del tutto chiara.

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