Mariolino Corso se ne è andato come quando giocava, così, con una finta, uno scatto, il piede sinistro incollato al pallone, pronto a sfidare il terzino destro – lui, numero 11 della Grande Inter che negli anni Sessanta vinse tutto – e poi, con una magia, capace di imprimere strani diabolici effetti alla sfera di cuoio che si infilava nella rete avversaria.

Sono milanista, ma Corso mi piaceva maledettamente. Era un artista, non un atleta, tanto che Gianni Brera per lui coniò non un soprannome ma addirittura una frase, “il participio passato del verbo correre”, ironizzando sull’indole del fuoriclasse, che spesso si concedeva pause di riflessione per ripigliare fiato e riannodare i pensieri, subordinati allo scopo essenziale del calcio, ossia la sconfitta della squadra rivale.

Ma lui voleva di più. Voleva strabiliare i tifosi, i compagni, il mister, il patron. E spesso, nonostante l’apparente indolenza, ci riusciva. Anarchico geniale di un gioco collettivo dove le individualità sono tollerate solo se accompagnate dall’estro, dalla fantasia, dalla bellezza del gesto. L’essenza dello spettacolo.

Veronese, avrebbe compiuto 79 anni il prossimo agosto. Gran signore in campo, gran signore nella vita. Questo dicono di lui coloro che lo hanno ammirato e poi conosciuto. E questo ve lo confermo, essendo uno di quelli che hanno avuto la fortuna di scambiare due parole con lui, idolo che aveva in Gianni Rivera il suo antagonista, e furono anni di straordinario calcio, di faziose contrapposizioni, di guelfi e ghibellini, di derby nei derby: mi parve raffinato nei modi come lo era in campo, appena si sentiva ispirato.

L’ho immaginato in questo luminoso sabato di un giugno tribolato dai terribili postumi della pandemia, che socchiude gli occhi, per concentrarsi sul bersaglio. Stavolta, assai lontano da San Siro, la sua platea preferita. No, ha mirato più in alto. Lassù. Ha accarezzato la palla col sinistro di velluto, ha flesso leggermente la gamba, ha gonfiato quanto basta i muscoli per il più mancino dei suoi leggendari tiri mancini. Il pallone è schizzato in cielo, beffando san Pietro, il portiere del paradiso. Un gol da Dio.

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