Chi ancora spera di fermarsi contro chi non vede l’ora di riprendere. Chi vuole giocare prima la Coppa Italia contro chi preferisce il campionato. Cairo contro Lotito, Gravina contro Malagò. La FederCalcio contro il governo (prima, adesso i rapporti sembrano distesi). La Serie B e i Dilettanti contro la Serie C, tutti contro la Serie A che adesso si è messa in testa di bloccare le retrocessioni. I calciatori contro i club che non vogliono pagare gli stipendi e i club contro Sky che non ha ancora saldato l’ultima rata dei diritti tv. Tutti contro tutti. Altro che “ce la faremo” e “ne usciremo migliori”: il calcio italiano dopo il coronavirus è peggio di prima.

Venerdì, se tutto va bene, si gioca: con le semifinali di Coppa Italia, il 12 giugno Juventus-Milan e il 13 Napoli-Inter, riparte anche il calcio. Dovrebbe essere una festa. Invece sarà che il coronavirus ha messo a dura prova la tempra dei presidenti (e soprattutto il loro portafoglio), sarà che la ripresa ancora oggi è tutt’altro che scontata (con la quarantena collettiva obbligatoria, basta un solo positivo per far crollare il castello di carta costruito da Figc e Lega), ma la Serie A sta dando vita a uno spettacolo desolante. Il solito.

I padroni del pallone litigano su tutto, praticamente non hanno mai smesso di farlo dallo scorso 28 febbraio. Prima l’oggetto del contendere era se fermarsi o meno: comprensibile, in fondo nessuno aveva mai dovuto fare i conti con una pandemia. Poi il problema è diventata la ripresa, la lotta estenuante col governo che cercava solo di garantire la sicurezza sanitaria e quella interna fra chi vuole giocare e chi no: un po’ squallido, ma tutto sommato inevitabile, c’erano in gioco interessi miliardari. Persino adesso che il peggio dovrebbe essere passato, il pallone continua ad accapigliarsi su qualsiasi cosa.

Da quando il ministro Spadafora ha dato il via libera, i presidenti sono riusciti a litigare rispettivamente su: se giocare prima la Coppa Italia o il campionato (e quale delle due semifinali per prima, con l’Inter di Marotta che si è sentita penalizzata dal calendario), se riprendere con i recuperi della 25esima giornata o con la 26esima, se trasmettere in chiaro i gol, come richiesto dal ministro, e di quali partite, se giocare alle 17, alle 19 o alle 21, e quante partite fare nelle diverse fasce d’orario; se, in caso di nuovo stop, concludere il campionato con i playoff o con la cristallizzazione della classifica, se farlo, in quest’ultimo caso, con la semplice media punti o con l’infelice trovata federale dello “algoritmo”. L’ultima, in ordine di tempo ma non d’importanza, è la pretesa della Serie A di bloccare le retrocessioni, inaccettabile almeno quanto lo era quella della Serie C.

Tutti questi scontri in realtà non sono che schermaglie, riconducibili alla madre di tutte le battaglie, che era e resta la conclusione del campionato, ancora un’incognita. Oggi in Figc ci sarà un consiglio federale che dovrebbe quantomeno fissare le regole per ripresa e successivi stop: il presidente Gravina ribadirà la sua volontà di portare a termine il torneo, con i verdetti sul campo (stagione conclusa regolarmente/playoff) o a tavolino (il famoso algoritmo). Ma non servirà a placare i padroni del pallone, che continueranno a litigare, fino a quando non si conoscerà davvero il destino di questa stagione. E pure dopo. La vera malattia del calcio italiano, non il coronavirus.

Twitter: @lVendemiale

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