Feysal Abu Leyla, comandante delle Forze siriane democratiche, cadde il 5 giugno 2016. Sposato e padre di quattro figlie, lavorava come meccanico d’auto a Manbij, nella provincia di Aleppo, quando, nel 2011, l’eco delle primavere arabe giunse in Siria e le violenze di Assad indussero molti ad prendere le armi. Abu Leyla era tra questi. Armi e soldi giungevano però dalla Turchia, dal Qatar e dall’Arabia Saudita, e non gratis: i siriani dovevano eseguire gli ordini dei loro sponsor, mettendo la religione al centro della politica.

La Siria precipitò nella violenza, nella corruzione e nel caos. La stessa banda di Abu Leyla commise saccheggi e rapì centinaia di civili, spingendosi a dichiarare l’intenzione di fondare uno Stato islamico. Feysal, che pure era musulmano e credente, non ci capiva niente: non si era detto che si combatteva per la libertà? Non issava le sua banda il vessillo di quello che i media di tutto il mondo chiamavano Esercito “libero” siriano?

Un giorno il suo gruppo si scontrò ad Aleppo con combattenti che non issavano quella bandiera, ma un’altra, gialla e con una stella rossa anziché tre, e un acronimo stampato attorno: “Ypg”. Non era arabo, ma curdo: “Unità di protezione del popolo”. A Feysal sembrava un nome più che sensato, ma il suo comandante Ahmad Afash (un signore della guerra pagato dai sauditi) spiegò che bisognava cacciarli per impadronirsi dei quartieri curdi.

La famiglia di Abu Leyla, come molte in quella zona, era metà araba e metà curda. Quel giorno Feysal combatté contro le Ypg, ma quelli (e quelle, perché c’erano tante donne tra quei “nemici”) non arretrarono di un millimetro. Nei giorni seguenti decise di fondare un suo gruppo. Lo chiamò Fronte curdo, sebbene comprendesse anche arabi. Faceva il bastian contrario, prendeva le distanze da una mentalità razzista e da un “Esercito libero” che combatteva ormai al fianco di Al-Qaeda.

Qualcuno dice invece che avesse preso segretamente contatti con le Ypg ed eseguisse un loro piano. Quando Afash lo convocò per una nuova spedizione contro le Ypg ad Afrin, in ogni caso, superò a sorpresa la linea del fronte con i suoi uomini e si unì a loro contro il suo vecchio comandante.

Una Siria non teocratica, ma democratica e socialista, ossia libera, dove tutte le fedi e lingue potessero convivere in una confederazione: questo proponevano le Ypg. Per ottenerlo era necessario agire con durezza. Tornò in segreto nella sua Manbij, finita in mano all’Isis, e uccise in modo mirato esponenti del “califfato”. Era diventato un “terrorista” che dava la caccia ai terroristi.

Non si era dimenticato di essere anche arabo. Quando l’Isis attaccò la città curda di Kobane, organizzò i volontari arabi che avrebbero aiutato le Ypg difenderla. Fu ferito varie volte in battaglia e divenne famoso per un video in cui lo si vedeva salvare un miliziano dell’Isis intrappolato tra le macerie. L’opposizione al male non lo rendeva malvagio. Era ricoverato in un letto quando alcuni miliziani tornarono in città per trucidare donne e bambini: trovò la forza di raggiungere il balcone con le stampelle e sparare loro contro con una mitragliatrice.

La sua figura carismatica e sorridente attirò migliaia di giovani, che vedevano in lui l’uomo in grado di condurli alla vittoria contro l’Isis e Al-Qaeda. Fondò un “Esercito dei rivoluzionari”, Jaish al-Thuwaar, con migliaia di combattenti arabi ostili al fondamentalismo, e stipulò un’alleanza con le Ypg e il Consiglio militare siriaco (i combattenti di religione cristiana), per formare le Forze siriane democratiche (Sdf). Era il più grande esercito rivoluzionario del Medio oriente. Forti di quasi centomila donne e uomini, le Sdf siglarono un’alleanza con la Coalizione internazionale creata da Barack Obama per combattere l’Isis.

Tra il 2015 e il 2019 le Sdf hanno distrutto il califfato al prezzo di dodicimila caduti; prima che, a “lavoro” finito, Putin e Trump non permettessero a Erdogan di massacrarle, reinstallando i jihadisti in diversi territori che erano stati liberati. Questa, però, è un storia che Abu Leyla non conosce: cadde all’inizio, alle porte della sua Manbij, nel terzo giorno di combattimenti per liberarla, per aprire la strada alle offensive su Raqqa e Mosul. Cadde tra i primi perché avanzò per primo, come un comandante d’altri tempi. Oltre ad essergli riconoscenti, sorridiamo: Abu Leyla è un uomo dei nostri tempi.

Il Fatto Internazionale - Le notizie internazionali dalle principali capitali e il dossier di Mediapart

ISCRIVITI

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

George Floyd, Trump parla di terrorismo e usa la Bibbia per dividere. Ma la risposta dei vescovi è coraggiosa

next
Articolo Successivo

Floyd, Trump fa costruire un “muro” davanti alla Casa Bianca. Commenti sui social: “Vuole proteggersi dagli americani”

next