Ieri la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, erede orgogliosa del Movimento sociale italiano (a sua volta erede del Partito nazionale fascista e della Repubblica sociale italiana di Benito Mussolini), è stata in prima fila durante la manifestazione romana promossa da Lega-FdI-Fi contro il governo: alcune centinaia di persone hanno sfilato senza rispettare le regole anti-pandemia, mentre lei si faceva stoicamente un tot di selfie con gli alleati.

A un certo punto, la Meloni ha detto in perfetto italiano (come riferisce qui l’Ansa): “Sono felicissima che con questa manifestazione la sinistra abbia scoperto che il 2 giugno è anche la nostra festa e abbiamo il diritto di manifestare anche noi in sicurezza. Stiamo facendo del nostro meglio per metterla in sicurezza ma vi segnalo che anche quando (loro) hanno fatto la manifestazione del 25 aprile non era in sicurezza”.

In effetti, si può concordare: la Festa nazionale della Repubblica è (ovviamente) di tutti gli italiani, quindi anche di FdI; così come è di tutti la nostra bella Costituzione (quella che, tra l’altro, vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”). La ricorrenza serve per ricordare che il 2 e 3 giugno 1946 si svolse il referendum istituzionale col quale i cittadini scelsero la Repubblica, lasciando la monarchia sabauda che, per 20 anni, aveva sostenuto Mussolini, guerra mondiale inclusa.

Quindi l’omaggio reso ieri dalla Meloni al 2 giugno è stato un riconoscimento, piuttosto tardivo, degli errori e orrori mussoliniani? Macché. Seguendo il ragionamento, appena citato, dell’importante donna politica, un’altra festa nazionale, l’anniversario della Liberazione (liberazione dal nazifascismo, grazie alla quale è nata la Repubblica democratica), non è affatto roba “loro”. Quella ricorrenza – che dal 1946 si celebra il 25 aprile – sarebbe soltanto “della sinistra”; infatti qualche settimana fa FdI ha chiesto di boicottarla.

In realtà, la Festa della Liberazione “appartiene” a tutti gli italiani – Fratelli d’Italia, salviniani e berlusconiani inclusi – quanto quella che ricorreva ieri. Purtroppo però la Meloni, con i suoi distinguo tra “noi” e “loro”, fa chiaramente capire che, per quel che riguarda il 2 giugno, dopo la parola “Repubblica” scriverebbe volentieri “sociale”: altrimenti non si spiega perché abbia usato il pronome “noi” soltanto per quel che riguarda la celebrazione nazionale dedicata alla nascita della Repubblica. Mentre il ricordo del 25 aprile, a giudicare dalle sue parole di ieri, sarebbe soltanto “loro”, cioè “della sinistra“.

Probabilmente lei non sa che quest’ultima ricorrenza venne varata, su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi (Dc), da Umberto II, allora principe e luogotenente del Regno d’Italia: poche settimane prima del referendum istituzionale, il 22 aprile 1946, Umberto, da Torino, emanò un decreto legislativo luogotenenziale (recitava: “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale”), poi confermato con una legge.

D’altra parte, persino Giorgia Meloni dovrebbe intuire che, se nazisti e fascisti non fossero stati sconfitti nell’aprile del 1945, non avremmo neppure la festa della Repubblica democratica. Qualora le truppe alleate, i soldati italiani al loro fianco e i partigiani avessero perso, probabilmente nel 2020 lei sarebbe in prima fila per festeggiare l’anniversario del 23 settembre 1943, anno di nascita della Repubblica sociale italiana, o quello del 31 ottobre 1922, giorno in cui Mussolini prese il potere nel Regno d’Italia, proclamandosi ben presto Duce: tale rimase fino al 25 luglio 1943, nel corso di una dittatura durata 20 anni, 8 mesi e 25 giorni.

Invece la dittatura fascista durò altri 21 mesi “soltanto” nell’Italia settentrionale. Poi, fortunatamente, finì anche al Nord, proprio con l’insurrezione generale del 25 aprile. Evento che tutti (pure la Meloni, visto che è una cittadina italiana, un’ex ministra e una parlamentare) dovremmo festeggiare. Anzi, lei dovrebbe farlo persino di più, ringraziando ogni giorno chi le ha permesso, con la lotta e il sacrificio, di manifestare liberamente anche le sue nostalgie.

Di certo, comunque, con quelle parole la leader di FdI ha chiarito una volta per tutte, più o meno consapevolmente, da che parte sta: da quella di chi non è antifascista. E di questo chiarimento non possiamo che esserle grati, perché ha fugato – nel caso ce ne fosse stato bisogno – qualsiasi dubbio residuo. Grazie, onorevole Meloni, per la sincerità.

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