“Vorrei dare la possibilità agli studenti delle ultime classi di potersi incontrare a scuola, se possibile anche nella loro aula, per celebrare l’ultimo giorno dell’Anno Scolastico 2019-2020. In sicurezza, a piccoli gruppi. Se proprio non si potrà dare il via libera per un incontro a scuola, immaginiamo allora un museo: l’ultima visita di istruzione nell’anno in cui gite e mostre sono saltate per l’emergenza”. La viceministra del Miur, Anna Ascani, deve aver immaginato che le servisse dire qualcosa, qualcosa che le desse la visibilità che finora il suo immobilismo le aveva negato. Ha pensato che non poteva essere da meno della ministra Lucia Azzolina, la quale in diverse occasioni ha mostrato come le affermazioni non sempre sono il risultato di un pensiero ponderato.

Deve essere stato tutto questo a spingere l’Ascani a fare quella dichiarazione a La Repubblica. Che certamente sarà stata apprezzata da tanti, a partire dai membri del Comitato tecnico scientifico, cioè dal gruppo di tecnici che hanno il compito di suggerire al governo le misure da adottare per contenere l’epidemia di Covid-19. L’avranno apprezzato perché è noto che dall’inizio delle riaperture i tecnici, ma anche molti altri da ospedali e istituti di ricerca, predicano che non c’è da temere più nulla. Che si debbano frequentare luoghi affollati. Che i giovani possano incontrarsi. Anzi che sia necessario che lo facciano. Senza alcuna limitazione. Anche per questo le forze dell’ordine devono vigilare. Perché nessuno si apparti, per una prudenza senza ragione.

L’ironia in alcune occasioni rappresenta l’unica ancora di salvezza. Sembra così anche in questa circostanza.

Dopo due mesi di didattica a distanza e con la prospettiva che si prosegua con le lezioni online anche a settembre, possibile che la viceministra del Miur non trovi di meglio che fare una proposta così strampalata? Già perché è più che evidente che genitori ed insegnanti vorrebbero che i loro ragazzi si rivedessero. Anche solo per un giorno. Se non altro quelli che si trovano alla fine dei diversi cicli di studi. Ma ogni genitore ed ogni insegnante, messe da parte le legittime emozioni, si rende conto che tornare a casa potrebbe rivelarsi un disastro. Di certo i ragazzi non saprebbero rispettare le norme di sicurezza, nonostante gli inviti degli insegnanti. E poi dopo tutto questo tempo che senso avrebbe rincontrarsi se si fosse costretti a rimanere a distanza?

Il ragionamento vale non soltanto nel caso si decidesse di far tornare in classe i ragazzi, ma anche se si scegliesse l’altra opzione proposta dalla viceministra. Quella di trovarsi in un museo. Le due possibilità per quanto emotivamente suggestive sono senza ragione. Riaprire le scuole, ora, è sostanzialmente impossibile: si metterebbe a repentaglio la salute di centinaia di migliaia di famiglie, anche perché sono ancora moltissimi gli istituti che non sono stati sanificati, come necessario. Accogliere i ragazzi in un museo è una assurdità ancora maggiore: anche se l’idea può intrigare, anche per i luoghi della cultura esistono indicazioni precise che ne regolano la fruizione. Limitandola. Al punto da provocare la preoccupazione della quasi totalità dei direttori.

Immaginare di far confluire intere classi in una sala di un qualsiasi Museo è poco più di un esercizio di retorica. Tanto più se questa scelta ha una duplice motivazione: far incontrare i ragazzi e celebrare l’evento in un luogo particolare.

La proposta è più che probabile e cadrà nel vuoto. Ma rimane il gesto. La disinvoltura con la quale al Miur sia la viceministra Ascani che la ministra Azzolina si lasciano andare ad affermazioni prive di ogni logica. Fino a sembrare delle battute spiritose.

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