Bentornato Pierluigi Bersani, ormai pienamente rimessosi dallo choc del 1° aprile 2013, quando affrontò il faccia-a-faccia Pd-M5S. Una vera e propria imboscata via streaming, orchestrata da Roberta Lombardi e Vito Crimi; le maschere insolenti e proterve della fase rampante di un Movimento appena reduce da una clamorosa vittoria elettorale, quindi convinto di essere destinato a scalare il cielo della politica.

L’incontro, programmato per esaminare i termini di una ipotetica collaborazione, si risolse nel massacro di una impietosa derisione pubblica; che segnò a lungo l’immagine del leader piddino. Con l’ulteriore seguito – a far buon peso – delle sbertucciate iper-realistiche di Maurizio Crozza. Una sostanziale delegittimazione politica, che il buon Bersani resse con civile sopportazione e l’innata bonomia. Ma che lo marginalizzava dal protagonismo pubblico come la simpatica macchietta creatrice di metafore surreali.

Quelle bibliche sette annate di vacche magre sono ormai trascorse. Nella destra è proseguito inarrestabile il declino del berlusconismo, simmetricamente a quello fisico del padre-padrone; l’ascesa nella Lega della nuova leadership etno-sovranista truce, che aveva sbalzato di sella quella secessionista bossiana da avanspettacolo, è durata il tempo di qualche comparsata horror; il neofascismo di Giorgia Meloni e dei suoi fratelli perde smalto nel momento in cui – per escogitare qualcosa contro il governo – deve contraddire il proprio apparato valoriale denunciando (sic) pericoli autoritari.

Nello stesso tempo l’avventurismo renziano insegue a ritroso sul bagnasciuga del 2% il livello di consensi incassati dal competitor pariolino-managerial-naif Carlo Calenda. Intanto gli storici fratelli-coltelli post-comunisti Massimo D’Alema e Walter Veltroni sono dati per desaparecidi, l’uno evaporato nei suoi birignao e l’altro annegato nei fumi del proprio buonismo con retrogusto perfido.

E i Cinquestelle? Mentre scrivo mi viene in mente la scenata di un loro astro nascente – la capogruppo in Regione Liguria Alice Salvatore – infuriata per un mio post in questo blog su Beppe Grillo, che mi sbatteva in faccia la profezia di un prossimo futuro in cui al fondatore dei pentastellati sarebbero state dedicate strade e pubbliche piazze; come si conviene a un padre della Patria. Ora l’ex comico risulta piuttosto in stato confusionale anche per questioni relative alla paternità; mentre la vestale dell’ortodossia grillina Salvatore si è appena aggregata alla mandria degli apostati, fuoriusciti dalla casa madre a cinque stelle.

Una vera e propria strage, da cui emerge come uno dei pochi sopravvissuti proprio il vecchio caro Bersani. Forse non più leader, ma certo interlocutore prezioso in quanto voce di una virtù che sembrava perduta: il buonsenso. Una sorta di saggio Nestore di Bettola piacentina, utile per riflettere sui temi che andranno affrontati nei prossimi mesi, nel momento in cui si cheterà il chiacchiericcio di terroristi verbali, ancora inconsapevoli di essere già morti: i Renzi, i Salvini e il codazzo di opinionisti al napalm. Perché non ci sarà più tempo per i loro miserevoli calcoli di bottega (accalappiare consensi elettorali, vellicare i bassi istinti dei propri lettori).

Presto sarà insopprimibile la necessità di dare spazio a gente seria.

Già l’altra sera proprio Bersani da Lilli Gruber poneva il problema che diventerà centrale in autunno: dopo la “fase due”, in cui il governo pratica la respirazione artificiale a una società con problemi di pura sussistenza, la “fase tre” porrà l’inaggirabile questione di come far riprendere un qualche sentiero di sviluppo a un sistema produttivo allo sbando.

Il tema, negletto da annoni, della politica industriale. Quanto rimosso sistematicamente da una Confindustria ridotta a lobby di accaparramento per sussidi pubblici; coi suoi associati, perennemente sulla difensiva a tutela di meri status proprietari, che ora eleggono un presidente “ultima raffica”: il pretino mannaro Carlo Bonomi, convinto che la sua categoria abbia diritti derivanti da una condizione genetica e non per l’esercizio di un ruolo; mentre rotea i pugni contro minacce immaginarie: “antindustriali”, “statalismo”… E intanto le famiglie Fiat sono in fuga col bottino.

Sull’orlo del baratro, sapremo ascoltare le voci della saggezza e della serietà?

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