L’app Immuni, il dispositivo che avrebbe dovuto salvarci dal contagio nella fase 2, grazie agli stupefacenti miracoli di una tecnologia di exposure notification che ancora nessuno ha potuto testare, sembra non passare un momento particolarmente felice. E con lei la mente del progetto, la “Ministry for Innovation”, Paola Pisano, che, dopo aver cambiato idea almeno tre o quattro volte sulla paternità dell’operazione, come riportato da diverse testate, ha infine fatto “outing” sul Corriere della Sera, assumendosi la responsabilità morale, civile e politica della scelta.

L’app, le cui caratteristiche tecniche sono state pubblicata nei giorni scorsi dagli sviluppatori, a quanto sembra ancora non è stata sperimentata, e non se ne conosce nemmeno il codice sorgente di backend, ovvero in pratica la modalità di interazione con il server dove verranno trattati i dati. Se è per questo non si conosce nemmeno il server dove questo avverrà.

Qualcuno ha ipotizzato che il tutto potrebbe essere pronto per il Covid-20, oppure per la santificazione di Papa Giovanni Paolo II, mentre altri si dicono certi che uscirà prima la Playstation 5. Nel frattempo fioccano le smentite sulla sperimentazione: la prima l’ha data la Ferrari che si è “scansata” ai primi di maggio, sostenendo di non avere a che fare nulla con Immuni, per arrivare ai giorni nostri ed a un fatto gustoso che sarebbe accaduto nella giornata di lunedì.

In quel giorno le agenzie hanno riportato diligentemente l’incontro che la ministra Pisano, insieme ad altri esponenti istituzionali, ha avuto con le Regioni per la sperimentazione dell’app Immuni, spiegando che tre regioni erano trionfalmente pronte ad abbracciare il pirotecnico sistema di tracciamento dei contagi. Tutto bene quindi.

Non proprio, perché fuori dallo storytelling furibondo che si è scatenato in questi mesi arriva ad un certo punto la candida nota della Regione Liguria, una delle tre prescelte, che recita testualmente:

“Nei fatti, dopo un approfondimento tenutosi ieri in sede di Conferenza delle Regioni, non esaustiva, non è ancora chiaro se vi saranno le condizioni e neppure quando potrà partire tale sperimentazione. Non sono ancora chiari infatti né i procedimenti, né gli impegni, né il reale utilizzo della App stessa. Al momento non sono ancora neppure cominciati gli incontri tecnici per verificare la compatibilità di tale idea. Così come, almeno stando a quanto si legge, è ancora in corso un dibattito politico-parlamentare sulla compatibilità del sistema con le leggi sulla privacy vigenti nel nostro paese”.

Questo il 25 maggio 2020. Quasi due mesi dopo la firma del contratto dell’app scelta dalla ministra per l’innovazione. Ma non basta. Perché una assessora della Regione in questione ha rincarato la dose affermando testualmente: “Se anche il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, in pratica ha bocciato l’app presentata ieri dal governo alle Regioni, dicendo che fa fatica a capire cosa è, e cosa sarà, ci sarà un motivo”.

Sonia Viale ha aggiunto poi: “Il governo è corso ai ripari tentando di sbolognare il progetto ad alcune Regioni, tra cui la Liguria, con una sperimentazione che dovrebbe partire quando ancora non ci sono pareri definitivi e con una serie di quesiti non risolti, sollevati addirittura dal Copasir”. Ohibò. Ma come? Erano tutti coperti ed allineati, pronti in piedi ad applaudire la partenza di Immuni come gli spettatori dello shuttle Columbia o come il Congresso del partito comunista Bulgaro e dalle quinte esce fuori che ‘sta roba non la vuole nessuno?

Qui qualcuno vuole rovinarci la festa, sembra di poter udire dai Palazzi del potere. Non resta che attendere la prossima puntata di questa avvincente saga, sperando di non ascoltare chi ci dirà che la colpa di un eventuale fallimento è del buco dell’ozono, del Signore degli Anelli o dei complottisti della Rete che non comprendono la cifra artistica di un app “trasparente” (almeno lei) nel senso che non si è ancora vista.

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