Per un magistrato che parlava di nomine con Luca Palamara che torna a indossare la toga, un altro viene trasferito d’ufficio. Al Consiglio superiore della magistratura è stata una giornata importante. Con 21 voti favorevoli, e tre voti a favore dell’archiviazione del caso, il plenum ha dato il via libera al trasferimento d’ufficio per il pm della procura nazionale antimafia Cesare Sirignano. Il magistrato non è indagato ma a farlo finire davanti all’organo di autogoverno delle toghe sono le varie intercettazioni captate dal trojan installato sul cellulare di Palamara. A favore dell’archiviazione del caso ha votato solo Unicost, la corrente di riferimento di Sirignano e dell’ex presidente dell’Anm finito sotto inchiesta a Perugia.

L’ex capo di gabinetto di Bonafede torna a vestire la toga – Sempre oggi il Csm ha dato il suo via libera al ritorno in magistratura Fulvio Baldi, ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che si era dimesso venerdì scorso, dopo la pubblicazione sul fattoquotidiano.it delle sue intercettazioni con Palamara. Baldi torna a fare il sostituto procuratore generale della Cassazione, ruolo che ricopriva prima di arrivare al ministero. La delibera della terza commissione per il ricollocamento in ruolo è stata approvata con 22 voti a favore, 2 contrari, quello del togato indipendente Nino Di Matteo e del laico di Forza Italia Alessio Lanzi e l’astensione del togato di Autonomia e Indipendenza Sebastiano Ardita. Ieri era stato Di Matteo a chiedere il rinvio della pratica, già arrivata in plenum con procedura d’urgenza, ritenendo necessario un approfondimento prima di far tornare Baldi a fare il magistrato, richiamando le intercettazioni, nelle quali Baldi “si mostra disposto a far dipendere questioni importanti da logiche correntizie“, e ricordando il ruolo della procura generale della Cassazione “organo che esercita l’azione disciplinare a carico dei magistrati”.

Di Matteo: “Sirignano ha detto che il suo dominus era Palamara” – Lo stesso Di Matteo è intervenuto durante il plenum di oggi per appoggiare il trasferimento di Sirignano. “Sarei ipocrita se non dicessi che fin dall’inizio ho seguito queste vicende. Le attività professionali mie e del dottor Sirignano si sono incrociate in Antimafia per quasi 2 anni, per questo avevo pensato di astenermi e di non partecipare al voto. Forse sarebbe stato più comodo astenermi e lavarmi le mani ma sono un consigliere del Csm e su una questione così importante e di interesse generale non posso astenermi”, ha detto l’ex pm di Palermo. “Il dottor Sirignano parlando della Dna, cioè dell’ufficio che ha compiti importantissimi di coordinamento e di impulso rispetto a tutte le attività antimafia d’Italia, invece di respingere al mittente, ha avallato – ha proseguito Di Matteo – le pretese di Palamara di portare nel cuore dell’Antimafia interessi correntizi, piuttosto che il merito e la capacità”. Sirignano, secondo Di Matteo, “anche nell’audizione di ieri davanti al plenum, ha affermato che anche per questioni così importanti come le nomine e gli assetti della Dna se non hai l’appoggio della tua corrente non hai dove andare e ha ribadito ‘avevamo come dominus Palamara. Stiamo parlando dell’assunzione di questo criterio, a criterio condiviso per regolare le attività di contrasto alla mafia. E questo per me è molto grave”, ha proseguito Di Matteo. Il caso di Sirignano era importante anche perché a chiederne il trasferimento era stata la prima commissione, quella per le incompatibilità delle toghe. “Per noi è importante il giudizio del plenum sulla congruità del lavoro istruttorio. Fare tornare in commissione questa pratica avrebbe il significato di un voto di sfiducia verso l’operato della Prima Commissione ed uno stop inevitabile ai procedimenti futuri”, ha detto Ardita, presidente della commissione.

Fascicoli triplicati alla commissione per le incompatibilità – Un organo, quello deputato a decidere le eventuali incompatibilità dei magistrati, che negli ultimi tempi ha triplicato il lavoro. E non solo perché l’indagine della procura di Perugia ha coinvolto vari magistrati, che seppur non indagati sono stati intercettati con Luca Palamara. L’inchiesta, infatti, ha portato alle dimissioni di ben cinque consiglieri togati del Csm, con il conseguente cambio dei rapporti di forza all’interno di Palazzo dei Marescialli. I dati emergono sempre dall’intervento di Ardita, che oggi ha fatto un bilancio dell’attività svolta: nel 2018 la precedente consiliatura in 9 mesi aprì 4 pratiche, a fronte delle 15 che sono state aperte nel 2019 dalla nuova commissione. Nei primi due mesi del 2020 – prima dell’emergenza coronavirus – la commissione ha aperto già dieci pratiche ed altre potrebbero presto maturare. Si tratta in grande parte di un blocco distinto rispetto all’inchiesta di Perugia, spesso aperte d’iniziativa della Commissione, che hanno riguardato anche vertici giudiziari, rispetto a segnalazioni di semplici giudici o di magistrati sottoposti. “Questo vuol dire che non siamo stati forti coi deboli – ha detto Ardita – e lo abbiamo fatto in silenzio. Ma deve essere l’assemblea plenaria a validare questo lavoro e a dire se va bene o no, e a darci la fiducia su questo modo di operare, non sulla singola pratica, ma sul modo di operare”. Insomma: i casi di magistrati trasferiti per incompatibilità sono solo all’inizio.

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