Sono stati di recente pubblicati dall’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) due report secondo cui non vi sarebbero rischi per la salute umana da esposizione cumulativa a multiresiduo di pesticidi per via alimentare e che non è quindi necessario rivederne i limiti di legge. Si tratta due studi retrospettivi, uno sui rischi per alcune patologie tiroidee da esposizione cronica ed uno su alcuni rischi per il Sistema Nervoso Centrale (Snc) da esposizione acuta.

Il problema dei residui di pesticidi negli alimenti è di cruciale importanza per la salute pubblica, dato che secondo un Report Efsa del 2018 nel 40,6% degli alimenti sono presenti uno o più residui di pesticidi; dagli ultimi controlli eseguiti in Italia su oltre 9.000 campioni emerge che, anche se i campioni fuori legge sono solo l’1,3%, il multiresiduo è in aumento e che ben il 40% dei campioni di frutta e il 15% delle verdure presenta più di un pesticida, con un massimo di 9 diversi pesticidi nelle fragole e 6 nell’uva da tavola. Tuttavia, se ogni singolo residuo è nei limiti consentiti, il campione si considera regolare indipendentemente dal numero delle sostanze presenti.

Le recenti rassicuranti indagini condotte da Efsa sono state duramente criticate da numerose associazioni ed è interessante capirne i principali motivi.

Innanzi tutto le indagini di Efsa non sono pubblicate su alcuna rivista scientifica, ma diffuse solo attraverso i canali ufficiali dell’Agenzia; sono presenti altre gravi lacune – sia nell’impostazione che nella metodologia seguita – che danno l’impressione di essere state adottate per “confezionare a priori” i risultati raggiunti.

Le indagini hanno utilizzato banche dati, sia per quanto attiene le popolazioni prese in esame che per quanto attiene le abitudini alimentari ed i pesticidi considerati; per questi ultimi sono stati utilizzati i dati raccolti dagli Stati membri nell’ambito del monitoraggio ufficiale sui residui di pesticidi negli alimenti nel periodo 2014-2016. Questa mole di dati è poi stata analizzata con un modello statistico-matematico molto sofisticato, con moltissime variabili in gioco così che l’intera impalcatura dello studio risulta estremamente complessa, tanto che gli autori, per arrivare alle loro conclusioni, sono costretti a dedicare gran parte dello studio all’analisi delle incertezze (circa 50 pagine su 70). Tutto questo “castello” parte tuttavia da presupposti non dimostrati, come ad esempio che i pesticidi agiscano solo in modo additivo e non anche sinergico o antagonista; mancano inoltre specifiche indagini di biomonitoraggio.

Per quanto attiene gli effetti indagati su tiroide e SNC vi sono altre specifiche considerazioni da fare. Per quanto attiene la tiroide sono state valutate solo alcune patologie di iper/ipofunzione della ghiandola, senza includere le tiroiditi e non è chiaro se sia stato valutato il cancro della tiroide. E’ stato infatti utilizzato nel testo inglese il termine “neoplasia” senza specificare se ci si riferisce a tumori sia benigni che maligni (che più correttamente dovrebbero essere indicati col termine “malignant neoplasia” o “cancer”). Qualora fossero state considerate solo le patologie benigne si tratterebbe di una grave omissione clinica, dato che i tumori alla tiroide rientrano fra le patologie correlate ai pesticidi e rappresentano in Italia, nelle donne fino ai 49 anni, i tumori più frequenti dopo quelli alla mammella.

Non essendo disponibili (per stessa ammissione degli autori) modelli adeguati, non è stata valutata l’azione sul neurosviluppo mediata dalla tiroide, azione di assoluta importanza per il corretto e fisiologico sviluppo del cervello già a partire dalle prime settimane della vita intrauterina e ciò rappresenta una gravissima lacuna dello studio. Cosa ancor più grave poi è l’avere considerato per l’insorgenza di effetti cronici sulla tiroide un’esposizione di soli tre anni, del tutto inadeguata e incettabile per valutare un’esposizione definita a lungo termine.

Per il Snc la valutazione si è limitata a due soli effetti acuti: inibizione dell’acetilcolinesterasi a livello del cervello e/o globuli rossi e alterazioni funzionali del sistema motorio, effetti tipici di una esposizione acuta, ma a dosi alte, quale quella derivante da intossicazioni. Gli effetti acuti scelti per lo studio non sono infatti né i più probabili né quelli oggetto delle maggiori preoccupazioni nella comunità scientifica, in quanto sono le esposizioni a dosi minimali di pesticidi, già a partire dalla vita intrauterina, quelle in grado di interferire gravemente col neurosviluppo e comportare conseguenze negative non solo nell’infanzia, ma anche nella vita adulta. Sappiamo da oltre un decennio che un organofosforico come il clorpirifos, a dosi tali da non inibire l’acetilcolinesterasi, è in grado di alterare oltre il 60% di più di 200 geni coinvolti nel neurosviluppo.

Da tempo la comunità scientifica solleva il gravissimo problema della perdita progressiva di Quoziente Intellettivo e dell’aumento nell’infanzia di danni cognitivi, relazionali, disturbi dell’attenzione, autismo in relazione all’esposizione a sostanze chimiche, in particolare pesticidi. Su Lancet già nel 2006 si parlava di una “pandemia silenziosa” stimando che ben un bambino su sei, globalmente, presentasse disturbi del neurosviluppo di diversa entità. Per quanto riguarda il Snc, questi sarebbero stati gli effetti da indagare, non certo ricercare effetti acuti che solo Biancaneve mangiando la mela avvelenata avrebbe potuto manifestare!

Perché non ricordare piuttosto che un documento del Parlamento Europeo riconosceva che una dieta biologica (per cui priva di multiresidui) in gravidanza protegge il neurosviluppo?

In conclusione i due Report Efsa appaiono come un grande “castello di carta” in cui si è ricercato ciò che già a priori si poteva prevedere di non trovare omettendo invece di indagare su effetti che già la comunità scientifica segnalava.

Più che indagini finalizzate a tutelare la salute pubblica, sono un raffinato e nel contempo maldestro tentativo di assoluzione del modello agricolo industriale fondato sull’uso della chimica, ormai universalmente riconosciuto come fallito. I consumatori fortunatamente sono sempre più consapevoli dei vantaggi che un’alimentazione senza residui di pesticidi comporta: riduzione nella incidenza di infertilità, malformazioni, allergie, otite media, ipertensione in gravidanza, sindrome metabolica, elevato indice di massa corporea, linfomi non Hodgkin e pertanto verso il biologico indirizzano i loro consumi.

Efsa ha perso una buona occasione per riconquistare la fiducia e la credibilità da parte dei cittadini europei, valori già pesantemente offuscati dalla vicenda glifosate e dai pesanti conflitti di interesse che l’avevano caratterizzata.

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