“Tornare a porre l’accento sul modo con il quale vengono riferite pesanti verità piuttosto che sul loro contenuto comporta rischi gravi”, tra i quali quello di sacrificare “sull’altare della continenza il coraggio, le fatiche e i sogni di uomini ai quali questo Paese deve tantissimo”. Così Autonomia e Indipendenza, la corrente dei magistrati che fa capo a Piercamillo Davigo, difende Nino Di Matteo e replica all’articolo pubblicato su Il Foglio a firma di Mariarosaria Guglielmi, segretaria generarle di Magistratura Democratica, dal titolo “I danni alle Istituzioni generati dal metodo Di Matteo”.

Guglielmi critica il comportamento tenuto dal magistrato e membro del Csm sul caso della mancata nomina al vertice del Dipartimento amministrazione penitenziaria nel 2018 e il conseguente scontro con il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. “Con una lunga dissertazione il segretario di MD propone, ancora una volta, al pubblico dibattito un modello di magistrato con tratti identitari molto chiari. In sostanza un ligio dipendente di Stato, estremamente cauto nell’uso delle parole anche quando le questioni con le quali impatta sono di portata tale da far sussultare il cuore di chiunque voglia servire lo Stato con dignità ed onore”, scrive Autonomia e Indipendenza. “Non contestiamo la necessità per i magistrati di mantenere sempre, nelle pubbliche esternazioni, equilibrio e misura e, tuttavia, quello proposto dal Segretario di MD non è il nostro modello”, aggiunge il comunicato.

La corrente di Davigo ricorda “dibattiti surreali durante i quali le parole spese per rimproverare le modalità espressive o l’eccesso di presenza mediatica di uomini che hanno votato la loro intera vita al servizio dello Stato sono state più numerose ed appassionate di quelle spese per apprezzare la straordinaria opera che costoro stavano compiendo”. Per Autonomia e Indipendenza si tratta di “una follia dialettica, una trappola maledetta nella quale purtroppo sono caduti e cadono in tanti, magistrati, uomini dell’informazione e della cultura, uomini delle Istituzioni”.

“Il sangue versato – continua la nota – ha avuto l’effetto di restituire alle cose il loro reale valore, di ristabilire, in modo fisiologico, il giusto rapporto tra i fenomeni e, per qualche tempo, ci si è guardati dal sostenere che alcuni di questi uomini avessero parlato troppo o in modo inopportuno”. Equilibrio e misura nell’espressione sono “virtù”, si legge, ma occorre evitare “che tali virtù si trasformino in un alibi per coltivare, più o meno consapevolmente, un grigio, acritico e pericoloso conformismo intellettuale. Il confine, talvolta sottile, può sfuggire se ci ripetiamo ossessivamente il mantra della continenza espressiva“, ribadisce Autonomia e Indipendenza nella sua difesa di Di Matteo.

“Tornare a porre l’accento sul modo con il quale vengono riferite pesanti verità piuttosto che sul loro contenuto comporta rischi gravi”, è quindi il ragionamento. Perché “fa perdere il senso dei valori in gioco, confonde il mezzo (la parola) con il fine (la definizione dei fenomeni), sacrifica sull’altare della continenza il coraggio, le fatiche e i sogni di uomini ai quali questo Paese deve tantissimo”. “Tanto più i fenomeni sono allarmanti, gravi ed inquietanti tanto più il modo dell’espressione scolora di fronte alla sostanza della narrazione”, ripete il comunicato. “Crediamo che non abbia più senso continuare a parlare delle parole – conclude Autonomia e Indipendenza – Le inquietanti verità che, su più fronti, si stanno disvelando in questi giorni impongono a tutti noi di preoccuparci della loro devastante portata molto più che del modo con il quale ci vengono rivelate“.

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