di Federico Conte*

Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato ieri dall’Oms mette in luce gli effetti nocivi della pandemia sullo stato di benessere psicologico e rileva come sia urgente e necessario investire maggiori risorse nei servizi per la salute mentale, per scongiurare il rischio di un aumento dei casi di disturbi mentali nei prossimi mesi.

Tale previsione appare piuttosto scontata, sebbene decisamente sottovalutata dal Governo italiano, impegnato a fronteggiare la crisi esclusivamente sotto il profilo medico ed economico. Dal punto di vista psicologico, l’elemento più allarmante appare connesso a quel cambiamento del contesto, radicale e del tutto incerto, che tutti si aspettano. Il lockdown è una condizione problematica, ma transitoria; ciò che preoccupa maggiormente è che, se da un lato tutti sanno che “nulla sarà come prima”, dall’altro nessuno sa davvero come sarà.

Il tanto decantato “ritorno alla normalità” non avverrà mai, perché la “normalità” che ci aspetta non sarà quella che conoscevamo prima, non foss’altro perché dopo questa esperienza gli occhi con cui la guarderemo saranno diversi.

Il motivo per cui la pandemia mette a rischio la salute mentale è perché ci costringe a ripensare il rapporto che abbiamo con i nostri familiari, amici e colleghi, ci obbliga persino a modificare repentinamente i significati che attribuiamo alla casa, al lavoro e alla scuola. Tutto ciò si riverbera inevitabilmente sulla rassicurante costruzione mentale che ognuno di noi ha del mondo e delle relazioni sociali, intaccando i vissuti e le simbolizzazioni che abbiamo del contesto entro cui ci muoviamo. Quando il cambiamento è così veloce, tutti fanno fatica ad adattarsi, e chi ha più difficoltà in momenti di stress elevato perde quell’equilibro che magari aveva faticosamente costruito.

Ogni qualvolta si crea una scissione o un conflitto tra stati cognitivi ed emotivi, che l’individuo non riesce ad integrare, si genera uno stato di sofferenza psicologica, che si può manifestare attraverso sintomi diversi che vanno dai disturbi d’ansia, alla depressione, dal mondo delle somatizzazioni, più o meno gravi e sempre più frequenti, fino a veri e propri stati dissociativi.

I prossimi mesi ci metteranno di fronte a problematiche identitarie, laddove lo stravolgimento generato dalla pandemia intaccherà sempre di più il tessuto sociale attraverso lutti, separazioni, perdita del lavoro e ridimensionamento delle attività sociali, modificando le richieste di intervento psicologico.

Prima della pandemia infatti la maggior parte delle problematiche riguardava dimensioni connesse ai “desideri” di persone che manifestavano difficoltà a prendere decisioni, o più in generale a scegliere che strada imboccare nella propria vita. Semplificando, si tratta di tutti coloro che sanno chi sono, ma non quello che vogliono.

La pandemia determinerà una modifica sostanziale del contesto e le persone saranno costrette a creare nuove identità. Crescerà dunque la frequenza con cui gli individui si rivolgeranno agli psicologi perché, dopo aver perso lavoro e relazioni affettive, non sapranno più chi sono. Ma quando i problemi sono di natura identitaria, a rischio è la struttura stessa della psiche, che può arrivare a disgregarsi. È dunque facile prevedere un aumento degli esordi psicotici, dei suicidi, dei problemi connessi alle dipendenze, all’integrazione e più in generale ai sistemi di convivenza.

A fronte di questo scenario i provvedimenti del Governo italiano sono a dir poco deludenti. Nonostante l’enorme richiesta di Psicologia confermata dall’incredibile numero di chiamate che stanno arrivando in questi giorni ai numeri verdi di supporto psicologico, non sono previste risorse per questo tipo di interventi, se non in modo residuale nell’ambito scolastico.

Se da un lato è purtroppo imbarazzante dover constatare il livello di arretratezza culturale del nostro Paese da questo punto di vista, dall’altro bisogna tenere presente che errori come questi nelle scelte strategiche verranno pagati a caro prezzo dalla popolazione e rallenteranno certamente la ripresa economica.

*Presidente Ordine Psicologi Lazio

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