L’olezzo dei commenti sulla liberazione di Silvia Romano è tale che non basta turarsi il naso. Il tono di tante crudeli parole ci restituisce un selfie perfetto dell’Italia. Un Paese capace di grandi cadute di civiltà, che tiene dentro di sé serbatoi illimitati di razzismo, che appena può si mette a bastonare, voglioso di un’altra prova del sangue.

La tunica di Silvia, la sua conversione all’Islam, è un delitto inaccettabile che la mette fuori dal consesso civile, che le fa meritare le ingiurie e le molte domande con la risposta incorporata: perché abbiamo pagato? Sottinteso: perché abbiamo dovuto pagare un riscatto per una come lei, che sicuramente sta dalla parte dei cattivi altrimenti non avrebbe abbandonato i jeans e avrebbe continuato a credere nel nostro Gesù.

Lo chiedono quelli che, parlando di Africa, dicono ogni giorno “aiutiamoli a casa loro”, e poi dimenticano di averlo detto. Perché in Africa, a dare un aiuto, ci va gente come Silvia non come loro.

La codardia, questa voglia di bastone contro il più debole, è l’espressione drammatica di una opinione pubblica sempre remissiva con i forti, collusa anche con i delinquenti, organizzati o meno, silenziosa anche davanti alle soverchierie più indigeste.

Il seme del razzismo che è dentro il giudizio su Silvia è quello che consente di sopportare che nelle campagne ci vadano i nuovi schiavi, quelli dalla pelle nera, gli affamati, i clandestini. Sono gli stessi che accettano le peggiori illegalità e non vedono, non sentono, non si inquietano.

Si levano accuse, si intimano rese dei conti quando al centro della scena c’è una ragazza salvata dallo Stato, una cittadina che ha ottenuto l’attenzione e l’aiuto che ciascuno pretenderebbe per sé nel caso si trovasse nelle medesime condizioni.

Invece il nulla quando falange di affamatori derubano, sprecano, sporcano la nostra vita.

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