Chi lo conosce da anni lo descrive come intellettuale di sinistra, artigiano della tv, amante dell’alto e basso. “Gli appellativi mi fanno sempre un po’ sorridere e le categorizzazioni lasciano il tempo che trovano. Da anni mi descrivono come l’intellettuale di sinistra, ho una grande ammirazione per gli intellettuali e, non per fare il finto umile, magari fossi un grande intellettuale”, dice Stefano Coletta. Scrive libri che tiene nel cassetto, suona il piano, lavora quindici ore al giorno. Quasi trent’anni in Rai, dieci da precario, poi lo sbarco nella prime rete del servizio pubblico venti giorni prima di Sanremo e dopo alle prese con la pandemia.

Ha fatto studi letterari e filosofici ma è uno psicanalista mancato.
“È vero come desiderata. Le arti sia artistiche che logiche sono state la mia formazione ma il mio osservatorio sulla realtà ha sempre questa prima istanza psicologica, è davvero la corda che da quando sono adolescente mi ha intrigato. Vengo da una famiglia medio borghese che non navigava nell’oro ma ci poteva far studiare, i miei genitori chiedevano a me e a mio fratello indipendenza. Avevo questa grandissima volontà di fare lo psicanalista, pur laureandomi in un’altra facoltà ho fatto molta ricerca e una tesi sul matricidio. Quel sogno è rimasto.”

Nel 2021 festeggia trent’anni in Rai, se lo ricorda il suo primo lavoro a Radio2 con 3131 come programmista regista?
“Dopo la laurea arrotondavo come insegnante di italiano e latino con incarichi annuali e supplenze, facevo ricerca all’Università. A Radio2 cercavano collaboratori, una amica mi aveva avvisato, il curriculum scritto con l’Olivetti 32 inviato e dopo tre giorni fui chiamato da una capostruttura, Lidia Motta, mi fece un colloquio di almeno un paio d’ore. A stretto giro un contratto di tre mesi per la trasmissione 3131, ci sono rimasto tre anni, in quel gruppo c’erano Silvia Calandrelli, Gianluca Nicoletti e tanti altri.”

Per dieci anni è stato precario.
“Contratti di tre mesi, poi di sei e dopo di nove: così dal 1991 al 2001. Alternavo il lavoro in Rai e insegnavo nelle scuole. In radio facevo conduzione, inviato, praticamente di tutto. In una puntata fu mio ospite Antonio Lubrano, mi portò a Mi manda Lubrano, servivano due inviati, scelsero me e Serena Bortone. Esperienza straordinaria.”

Giornalista professionista, l’assunzione in Rai, redattore, inviato, capostruttura, vicedirettore, direttore. Com’è la Rai vista dall’interno e da livelli differenti?
“Io la guardo sempre con lo stesso occhio, chiunque mi conosca può dire che tutto ciò che attiene al potere è distante da me. Io non sono una persona autoritaria ma ho speso la mia vita a fare le cose in maniera seria, con pregi e difetti, e non ho mai alterato il rapporto con gli altri a seconda del mio ruolo. Il mio sguardo psicologico mi salva, mi rende lucido di fronte ai ruoli.”

Ha ricevuto offerte da La7 che ha rifiutato, per lei esiste solo la tv pubblica?
“Ho rifiutato un passaggio a La7 ma anche a Discovery. Ho sempre scelto di restare in casa perché la Rai ti consegna la libertà di poter far coincidere la creatività con la missione del servizio pubblico. La televisivione per la televisione è un gioco sempre limitante, mi piace moltissimo una televisione pensata per chi paga il canone perché si ha una responsabilità e perché ti dà la possibilità di attraversare tutti i generi. La Rai quando gioca la partita editoriale è una squadra che ti regala tantissime soddisfazioni.”

Ha vissuto da dirigente ai diversi cambi di governo. Il suo ruolo le avrà assicurato nemici e pressioni, dalla politica ai manger. Come si resiste?
“Io mi considero, senza peccare di ingenuità, una persona che ha strutturato la sua carriera da un punto di vista tecnico. Ho dialogato per i ruoli che ho avuto in Rai, anche se non mi sono mai occupato strettamente di informazione politica, con il mondo istituzionale e politico. Non farei una questione di resistenza ma di professionalità, sono stato guardato dal punto di vista professionale, nessuna amicizia o inimicizia hanno fatto si che io facessi la carriera che ho fatto. Con molta serenità le voglio dire che non ho mai cercato incarichi, mi sono stati proposti, ovviamente c’era la mia disponibilità, non credo si debba resistere, il mio lavoro è aperto allo sguardo di tutti.”

E’ arrivato a Rai 3 a luglio 2017 e si è ritrovato senza Fazio, Gabanelli, Angela e una rete da ricostruire. A gennaio 2020 ha lasciato molti titoli nuovi e ascolti più alti. Il successo è frutto di un mix di storytelling e informazione?
“Non pensavo di diventare direttore, pur essendo vicedirettore da molti anni. In maniera molto veloce ho capito che l’identità informativa non era più una carta solo per Rai3, nel frattempo La7 aveva ispessito la sua identità informativa, guardando il panorama delle generaliste ho pensato mancasse il codice della narrazione. Ho voluto fare un palinsesto, in cui ho portato nel bene e nel male quasi quaranta titoli nuovi, che si legasse a un laboratorio di idee. Molti programmi sono nati nella mia testa, molti mi sono stati proposti, ho lavorato sempre in squadra. Informazione e narrazione, ci siamo trovati senza tre grandi assi e siamo riusciti a ricostruirla pian piano con ottimi ascolti.”

Si è trovato a dirigere la rete più importante nel pieno di una pandemia, non ancora finita, senza pubblico, con collaboratori dimezzati e programmi sospesi. Il suo bilancio qual è?
“Sono arrivato tre mesi fa, verso il 20 gennaio, da aziendalista purosangue il primo obiettivo era portare a casa Sanremo. Mi sono immerso le prime due settimane, dopo il Festival ho iniziato a lavorare al primo palinsesto, quello estivo, ed è scoppiata la pandemia. Sono abituato a un contatto costante con le persone con cui lavoro, con lo smartworking ci siamo affidati alle call di gruppo. Mai avrei pensato di poter gestire un canale in queste condizioni, con la sospensione dell’intrattenimento in onda, con l’assenza delle partite di calcio di Coppa Italia, per due mesi senza quattro programmi del daytime come La Prova del Cuoco, Vieni da me, L’Eredità e I Soliti Ignoti.”

Aspetti che incidono sul fronte auditel.
“Nella contabilità auditel, anche se non è un momento in cui si deve parlare degli ascolti, incide. Molto adrenalinica la dimensione dell’emergenziale, è stata una tv di servizio che doveva informare ma anche accompagnare i telespettatori. Ho scelto una chiave di normalità, ho scelto di dare appuntamenti precisi, cercare di fare anche un lavoro di riedizione di alcuni titoli di intrattenimento. La parte ideativa l’abbiamo dovuta limitare considerando le regole anti-Covid per gli eventi. La prima regola era quella di salvaguardare la salute dei lavoratori. E’ stato molto bello realizzare l’evento benefico Musica che unisce, il primo modello di una tv casalinga che consegnava il meglio degli artisti musicali insieme in un momento difficile.”

Oltre ai tradizionali appuntamenti religiosi, abbiamo assistito a una telefonata in diretta del Papa a Lorena Bianchetti e ha scelto di trasmettere ogni mattina la messa che sfiora il 25% di share. Perché questa mossa?
“E’ stata una mia scelta. Una mattina ho letto una lettera di un cristiano cattolico che raccontava il suo dispiacere nel non poter andare a messa, ho pensato fosse la cosa giusta. Devo ringraziare il prefetto della comunicazione Paolo Ruffini, in velocità siamo partiti e questo appuntamento sfiora il 25% all’alba. Sintomo che abbiamo risposto a un bisogno profondo.”

Nel corso dell’emergenza ha scelto di trasmettere Doc-Nelle tue mani anche se dimezzato nelle puntate, ha sfiorato i 9 milioni. Vivi e lascia vivere sta ottenendo 7 milioni. Montalbano in replica sopra i 6 milioni. La fiction è la vera killer application di Rai1?
“La fiction resta il grande mix di restituzione identitaria del primo canale e del bisogno che la gente esprime nei confronti di Rai1, la narrazione attraverso la fiction con titoli di impegno e più leggeri, tra nuovi volti e nomi più consolidati. Questo grazie allo straordinario lavoro di Tinny Andreatta, con lei ci siamo molto interrogati se avesse senso trasmettere Doc con Argentero non potendo mettere in onda l’intera serie. Io ho molto premuto perché andasse in onda, quando ho visionato in saletta le prime due puntate, ero arrivato da pochissimo a Rai1, ho capito immediatamente che sarebbe stata una storia che avrebbe spaccato. Non ho avuto nessun dubbio, la scommessa è stata vinta.”

Il Coronavirus ha fermato Ballando con le stelle e La Corrida. Quando vedremo in onda Milly Carlucci e Carlo Conti?
“Con Carlo Conti stiamo lavorando a un nuovo programma sulle classifiche, spero di portarlo in onda a breve. Ballando con le stelle era previsto a fine marzo e tornerà in autunno.”

Considerando budget ridotti, il calo pubblicitario e la crisi economica, dopo il Coronavirus si rischia una tv copia e incolla e senza innovazione?
“In questa fase la limitazione produttiva ha impedito di poter realizzare alcuni progetti, io avrei voluto nei miei desiderata che Ballando con le stelle andasse in onda ma come professionista ho capito subito che era complicato farlo. Io credo che questa fase sia stata limitante perché all’improvviso per la prima volta nella storia della tv sono state chiuse tantissime trasmissioni, nello stesso tempo ci ha dato la possibilità di trasformare tutto questo in opportunità. Anche le poche cose che abbiamo fatto hanno intercettato il bisogno del pubblico. Speriamo che questo periodo sia già concluso e di poterci innovare. L’innovazione deve fare i conti con la realtà, deve essere una innovazione saggia. E’ ovvio che per Rai1 il modulo con solo il conduttore in studio e tutti gli altri collegati non è proprio l’habitat ideale. Rai1 deve realizzare show popolari perché oltre che informare deve intrattenere, l’innovazione sarà più tardiva ma presente.”

Lo scorso anno, ma anche nei mesi scorsi, si sono susseguite polemiche sulla presenza di volti e dirigenti sovranisti in Rai e anche a Rai1. Ci sono già diversi rumors, ci sarà un cambio di passo?
“Per chi ascolta diventa difficile da crederlo fino in fondo ma io nella mia vita professionale ho sempre fatto scelte di prodotto. Non perché voglio consegnarle o restituirmi un santino, penso che il servizio pubblico debba essere espressione di un pluralismo perché il pluralismo fa parte della vita come mood ma anche come espressione politica o artistica. Cerco sempre di avere un occhio attento alla possibilità che le rappresentazioni televisive siano espressioni di un pluralismo complessivo. Sicuramente arriveranno le prime idee a luglio, ovviamente tutto quello che sto leggendo, come spesso accade, è frutto di nomi che non ho assolutamente definito. Io faccio il mio lavoro, i rumors fanno parte della televisione. Sicuramente già in estate ci saranno dei segnali della mia direzione. Il mio intento è quello di avere un autunno più acceso possibile. ”

Il suo sogno da dirigente era quello di lavorare a un Festival di Sanremo, ci è arrivato dieci giorni prima del via nel pieno delle polemiche. Si è poi trovato tra le mani l’edizione più vista degli ultimi anni. Come l’ha vissuta?
“L’ho vissuta con grande rispetto per tutto quello che era stato deciso, con grande rispetto per tutti quelli che ci lavoravano e di tutto ciò che aveva deciso Teresa De Santis. Sicuramente l’ho vissuto con spirito di osservazione ma anche di collaborazione, conoscevo molti degli autori di questa edizione. Ho pensato al prodotto, ho lavorato alle scalette, ho dovuto con le direzioni più importanti della Rai gestire alcuni aspetti contrattuali in velocità. E’ stata una immersione, una vera sbornia professionale, ho avuto la sensazione di averlo fatto da sempre. Il mio sogno si realizzava con grandissima adesione alla realtà. Vedere la Rai che fa il suo meglio è bellissimo.”

Il bis di Amadeus, anche in virtù dei risultati, è cosa fatta?
“Per Sanremo 2021 non abbiamo fatto nessuna riunione, io non ho ancora parlato con l’Ad Salini o con Amadeus del prossimo Festival. Abbiamo assistito a un Sanremo straordinario, anche per il valore dei rapporti stretti come quello di Amadeus, Fiorello e anche Tiziano Ferro, secondo me questo è arrivato moltissimo agli italiani. Oggi come mia valutazione, ripeto senza aver affrontato ancora l’argomento con Salini, penso che sia Amadeus che Fiorello meriterebbero davvero il bis.”

Ha riportato la Carrà in tv su Rai3 con “A raccontare comincia tu”, è vero che continua a corteggiarla e che vorrebbe portarla su Rai1?
“Anche questa è in qualche modo una diceria. Quello che non posso negare è che tra me e Raffaella sia nato un rapporto di stima reciproca, ho impiegato moltissimo per convincerla a tornare in televisione con quel formato. Gliene avevo proposti almeno tre e mi aveva detto no, con A raccontare comincia tu mi ha detto subito si. Ho imparato tanto, sono onesto: quello che leggo per ora è diceria ma sicuramente tra i miei desiseri c’è quello di realizzare un progetto nuovo un giorno con Raffaella.”

Ha detto che Antonella Clerici sarà un asset di Rai1, oltre che in prime time le piacerebbe rivederla in altre fasce?
“Ho sempre pensato da telespettatore che Antonella fosse un asset di Rai1 perché ha un’identità verbale, cromatica, di sguardo. Con la sua trasparenza ha tessuto un patto d’acciaio con i telespettatori. Penso che Antonella debba tornare in prima serata con una chiave meno prevedibile, penso che nel daytime possa tornare anche a una parte che ha dentro, quella della giornalista che è stata la matrice con cui ha inziato”.

C’è un volto della concorrenza che apprezza particolarmente e che le piacerebbe avere nella sua Rai1?
“Ce ne sono molti. Lei mi ha definito intellettuale di sinistra ma io penso che alcune cose di Maria De Filippi siano straordinarie.”

Talent, reality, talk show in prime time. Ci sono cose che non considera da Rai1?
“Io mi innamoro delle idee e non dei generi. Sono un cultore dell’alto e basso, questo è l’asse su cui mi muovo e penso si possa fare anche su Rai1. Si può raggiungere una polifonia complessiva che dia voce a tutti, penso possa coabitare la performing art, il talent musicale, l’emotainment o un programma di narrazione. Non escludo nulla a priori, mi innamoro delle idee e attraverso quelle trovo un ordine in palinsesto.”

Cosa vorrebbe si dicesse dalla Rai1 di Coletta?
“Vorrei che come accaduto con Rai3 fosse un altro laboratorio in cui saranno nati nuovi titoli e nuovi personaggi. Mi emoziono ancora quando vedo in onda alcuni programmi che abbiamo ideato per Rai3 e che ora proseguono la loro vita. Penso che Rai1 debba recuperare il coraggio dell’innovazione ma anche ritrovare la matrice dell’autorevolezza. E’ una rete che parla a tutti e i telespettatori meritano veicolatori autorevoli.”

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