Non solo prestiti garantiti dallo Stato e sostegno alle esportazioni, ma anche cassa integrazione. Basteranno questi strumenti, che il governo ha varato per le imprese, ad evitare un’ondata di chiusure, licenziamenti e delocalizzazioni? Forse solo in parte. Anche perché, prima o poi lo stop ai licenziamenti finirà. E nel decreto Liquidità non ci sono vincoli stringenti per scongiurare successivi spostamenti della produzione né particolari “condizioni” per l’accesso alla cassa integrazione. Ci sono solo dei paletti sulla distribuzione dei dividendi e sul riacquisto di azioni proprie nei dodici mesi successivi all’erogazione dei prestiti garantiti dallo Stato.

Per il sindacato bisogna fare di più per tutelare il lavoro. “Il governo ha già previsto che le risorse vadano ad aziende con sede in Italia, ma va rafforzato il tema dei limiti alle delocalizzazioni”, sostiene Gianna Fracassi, vicesegretario nazionale della Cgil. “Memori di quanto accaduto dopo la crisi 2008 – aggiunge – dobbiamo oggi evitare che il sostegno alle imprese dia vita a spostamenti della produzione anche all’interno della stessa Unione, come avvenuto in passato”. Secondo la sindacalista, “in sede di conversione del decreto liquidità è necessario introdurre delle condizionalità, cioè chiedere alle grandi aziende come utilizzeranno le risorse con un piano industriale in cui si definiscano gli stabilimenti e le filiere in cui si intende investire. Forse così, oltre a sostenere le imprese nel superamento della fase acuta del Covid-19, riusciremo anche a mantenere e magari recuperare parte del tessuto industriale del Paese”.

Sullo sfondo resta però il problema della valutazione successiva degli interventi, un tema complesso come testimoniano casi fallimentari come quello di Termini Imerese. Inoltre “bisogna evitare che gli ammortizzatori sociali siano utilizzati come un bancomat a fondo perduto dalle aziende, libere poi di trasferire parte della produzione all’estero”, dice Antonio Amoroso, segretario nazionale della Cub trasporti.

Intanto continua la socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili. Gli esempi del fenomeno in questione non mancano. Tim, ad esempio, pur usando massicciamente la cassa integrazione, ha appena dato l’ok al dividendo per i soci. Tutto nelle regole visto che la società non ha chiesto prestiti con garanzia pubblica. Ma ha scelto di distribuire gli utili agli azionisti (fra cui anche Cassa Depositi e Prestiti) piuttosto che potenziare gli investimenti sulla rete in fibra. Tim non è naturalmente un caso isolato. Analoga decisione ha preso Carrefour: il gruppo della grande distribuzione, quotato in Francia, staccherà la cedola ai soci, sia pur ridotta rispetto alle iniziali previsioni. Intanto in Italia ha chiesto la cassa integrazione per oltre 4mila dipendenti degli ipermercati. Anche qui, tutto nella norma. Come per Lottomatica, che ha annunciato la cassa integrazione per 1450 dipendenti, senza che la controllante IGT abbia modificato la politica di dividendo. A meno di inversioni di rotta che potrebbero essere annunciate il prossimo 18 maggio.

Gli Stati Uniti hanno scelto una strada diversa. “Il presidente americano Trump ha varato un provvedimento estremamente interessante – spiega Giorgio Fontana, docente di diritto del lavoro all’Università degli studi Mediterranea – Il governo pagherà la cassa integrazione per un determinato numero di mesi. Se alla fine del periodo, l’impresa ha mantenuto i livelli occupazionali, il sostegno all’occupazione sarà a fondo perduto. In caso contrario, l’azienda, che ha ridotto il numero di lavoratori, dovrà restituire il denaro della cassa in modo proporzionale alla riduzione di dipendenti. In questo modo, l’imprenditore è fortemente motivato a raggiungere l’obiettivo occupazionale per evitare di restituire il denaro pubblico”. Non si potrebbe allora fare lo stesso in Italia? “Gli Stati Uniti hanno una diversa e ben più ampia disponibilità – aggiunge Fontana – il governo italiano sta facendo quello che può, ma temo che, a medio termine, dovremo fare i conti con l’aumento di debito e disoccupazione”.

Lo scenario attuale è del resto molto diverso rispetto al passato. “La crisi che stiamo attraversando è dannatamente più grave di quella recessiva post 2008, perché oggi siamo di fronte ad un doppio choc: dal lato dell’offerta con l’interruzione della produzione e, per una serie di passaggi, anche dal lato della domanda – precisa Ugo Marani, docente di economia e finanza internazionale all’Università L’Orientale di Napoli – Un sistema che si rispetti dovrebbe fare due tipi di interventi: uno dal lato dell’impresa per stimolare la produzione, l’altro dal lato della domanda con erogazione di redditi che consentano all’economia di uscire da una situazione di precipitazione complessiva”. Secondo il professor Marani, “il decreto liquidità è intervenuto sul fronte imprese, ma non dal lato della domanda”. Per non parlare del fatto che “nella migliore delle ipotesi questi soldi saranno usati per pagare gli stipendi, non certo per ampliare l’attività produttiva”. È legittimo quindi pensare che in una situazione simile, nonostante prestiti garantiti dallo Stato e ammortizzatori sociali, seguiranno poi ondate di licenziamenti? “Ovviamente ”, conclude Marani. Soprattutto se, a suo parere, non ci saranno misure a sostegno della domanda.

Ecco perché in Francia non solo ci sono stati interventi diretti di sostegno ai redditi, ma si inizia anche a parlare di reindustrializzazione. È in sostanza il progetto per rilanciare imprese nel Paese e, al tempo stesso, sostenere l’occupazione nazionale e indirettamente dare una mano anche ai consumi interni. “In ogni azienda le problematiche sono numerose – ha spiegato al sito www.atlantico.fr il numero uno della Camera di Commercio Francese, Pierre Goguet, già prima del lockdown – Ci sono società che potrebbero aver bisogno di capitali, di investimenti, ma anche di ri-localizzare. È evidente che a forza di delocalizzare la produzione, come quella dei medicinali, in paesi a basso costo di mano d’opera, è stata prodotta una dipendenza industriale catastrofica”. Per non parlare del fatto che anche le distorsioni nell’uso degli ammortizzatori sociali hanno determinato danni all’economia della Republique. Di qui il no agli incentivi alle imprese con sedi e filiali nei paradisi fiscali e il via libera alla caccia ai furbetti della cassa integrazione che, pur sfruttando gli ammortizzatori sociali, chiedono ai dipendenti di andare al lavoro. Lo scorso 6 aprile il ministro del lavoro, Muriel Penicaud, ha annunciato in Senato severi controlli sullo chomage partiel, il corrispondente della cassa integrazione che allo Stato francese dovrebbe costare circa 20 miliardi in tre mesi. Oltralpe è stato deciso che i controlli aumenteranno e ogni abuso sarà punito con due anni di carcere, 30mila euro di ammenda, oltre all’obbligo di restituire le somme percepite e il divieto di beneficiare di ulteriori aiuti pubblici per cinque anni.

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