Come scrissi tre mesi fa in questo blog, la pandemia costringerà a riconsiderare il modello di smart city coltivato negli ultimi vent’anni. La crescente densità urbana aumenta la domanda di mobilità, che solo un modello sostenibile può soddisfare senza impatti disastrosi sulla qualità della vita.

Per contro, l’obiettivo virtuoso della mobilità sostenibile espone la città ai “cigni neri” e ne accresce la vulnerabilità. Le città saranno intelligenti e sostenibili solo se sapranno sviluppare capacità e meccanismi appropriati, efficaci ed efficienti di gestione delle crisi. E, finora, la risposta non è stata adeguata.

La pandemia mette in crisi anche i modelli di gestione del ciclo dell’acqua, soprattutto dove l’accesso all’acqua è già un problema. In un rapporto del marzo scorso su questo tema, l’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che “la fornitura di acqua sicura, servizi igienico-sanitari e condizioni igieniche è essenziale per proteggere la salute umana durante tutte le epidemie di malattie infettive, incluso l’epidemia Covid-19”.

L’Istituto Superiore di Sanità, confortato dalle direttive dell’Oms, ha confortato la nazione sulla qualità delle acque potabili delle nostre città attraverso una specifica, accurata circolare, in accordo con quanto scritto dall’Oms: “Sebbene sia possibile la persistenza [del Covid-19] nell’acqua potabile, non esiste alcuna prova che surrogati di coronavirus umani siano presenti nelle acque superficiali o sotterranee o trasmessi attraverso acqua potabile contaminata”.

Né le acque potabili né quelle reflue, se correttamente trattate, pongono uno specifico allarme. L’Iss evidenzia però la necessità di sorvegliare attentamente eventuali situazioni di “mancanza o inefficienza dei servizi di depurazione che potrebbero comportare la diffusione del virus nell’ambiente”.

Una certa attenzione andrà inoltre posta sul riciclo locale delle acque grigie, uno dei punti di forza della sostenibilità ambientale. E le conoscenze sui rischi virali associati al riutilizzo agricolo delle acque reflue vanno approfondite, in quanto la ricerca ha soprattutto analizzato il destino dei virus intestinali.

Lavarsi bene le mani è una delle misure più efficaci di prevenzione della diffusione del virus. Eppure il 40% della popolazione mondiale – tre miliardi di persone – non dispone di acqua e sapone a casa propria. Costoro sono i più vulnerabili, quelli che rischiano di rimanere indietro.

Non soltanto le megalopoli africane, sudamericane o asiatiche corrono questo rischio: oltre due milioni di americani non hanno acqua corrente né impianti idraulici domestici; e altri milioni non possono permettersi il servizio idrico di base. A peggiorare le cose, la crisi economica sta facendo salire alle stelle la disoccupazione degli Stati Uniti con un aumento fortissimo degli insolventi di servizi essenziali come quello idrico.

A lungo termine, sono necessari in tutto il mondo grandi investimenti su larga scala in infrastrutture per garantire l’acqua e i servizi igienico-sanitari a popolazioni urbane in crescita. Se le città vogliono mantenere un ruolo di dinamo economica, culturale e politica, questi investimenti devono soprattutto migliorare l’accesso ai servizi essenziali dei cittadini che oggi sono lasciati indietro.

Ma non mancano strategie a breve termine per aiutare le città a rispondere subito alla sfida. E le comunità devono diventare agenti attivi per conoscenza, energia e potere di modellare questa risposta, presente e futura. Prima di tutto, va fornito gratuitamente l’accesso alle strutture idriche e igieniche di base.

E sono utili perfino le misure più semplici come quelle prese in Ruanda, un paese dove solo il 5 percento della popolazione può accedere a impianti sanitari domestici, acqua e sapone. La capitale, Kigali, ha installato stazioni di lavaggio a mano portatili, poste ovunque. In Etiopia, aziende, ristoranti e condomini hanno posizionato acqua e sapone fuori dagli ingressi.

Sono forme di risposta rapida in grado di fornire un sollievo immediato, specialmente nei quartieri poveri e vulnerabili. E le agenzie pubbliche dovrebbero operare sulle reti di servizi privati e alternativi per accelerare l’erogazione del servizio gratuito.

Un recente rapporto dell’American Water Works Association (Awwa) ha stimato le conseguenze economiche della pandemia sull’industria dell’acqua. Nel suo complesso, l’impatto finanziario, attuale e futuro sul comparto dell’acqua potabile e della depurazione potrebbe superare 27 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti.

In Europa mancano ancora valutazioni accurate e complessive, ma è del tutto verosimile pensare a stime non troppo diverse. Gli investimenti necessari in Europa e negli Usa tarperanno le ali a quelli necessari nei paesi meno sviluppati?

La crisi sanitaria globale può dare una svolta per affrontare con decisione la sfida di lungo periodo posta dalla gestione delle risorse idriche. La Terra è ancora incapace di fornire acqua e servizi igienico-sanitari sicuri e convenienti per tutti.

L’ondata di interesse, assieme a investimenti potenzialmente massicci da parte di imprenditori e governi per mitigare i rischi e aiutare le economie in difficoltà, potrebbe offrire una rara opportunità per lo sviluppo di politiche più efficaci ed eque di gestione delle acque.

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