di Ilaria Agostini

Firenze. Il blocco del turismo riduce sul lastrico la città d’arte. Il sindaco Dario Nardella, sostenitore fin dalla prima ora della monocoltura turistica, prende atto della crisi cittadina e le spara grosse. Dopo aver vantato le virtù salvifiche di un piano regolatore, definito “bazooka urbanistico”, in elaborazione a Palazzo Vecchio, si spinge oltre i limiti della giurisdizione amministrativa e immagina di dare in pegno gli edifici pubblici per ripianare il debito.

Ma vediamo dappresso la questione. Dallo scoppio della pandemia, i circa 10.000 appartamenti per affitti brevi sono sfitti; alberghi e ristoranti, vuoti. Nelle casse del Comune di Firenze verranno a mancare i previsti 48,8 milioni di gettito della tassa di soggiorno, introito “su cui abbiamo fatto forte affidamento”, come dichiara il primo cittadino: l’aumento tariffario era scattato proprio lo scorso primo gennaio.

In una recente intervista, quella in cui anticipa l’idea così poco lapiriana del “bazooka urbanistico”, il sindaco (in piena metafora bellica) si dichiara pronto a “qualunque tipo di battaglia” per salvare la città. Pronto persino a “mettere in garanzia il patrimonio edilizio” del Comune, se lo Stato vorrà “permettere di indebitarci”. Proposta fuori dal dettato costituzionale (art. 119 Cost, c. 6) che consente sì ai Comuni di ricorrere all’indebitamento per finanziare le spese di investimento, ma non, come auspica Nardella, di ricorrere all’accensione di mutui per le spese ordinarie.

Siamo di fronte a uno scenario distopico. Basti immaginare Palazzo Vecchio messo a garanzia presso le banche per fronteggiare spese che (in parte, non tutte certo) vanno a rimpinguare i dividendi di ex municipalizzate trasformate in SpA. Un affare per banche, privati e azionisti; un gorgo che non promette affatto di trasportarci fuori dalla crisi.

La proposta mette peraltro in pericolo lo spazio pubblico, fondamento della società civile, poiché colpisce musei, scuole, mercati, teatri, sedi politiche e amministrative, impianti sportivi: ossia i luoghi dove si costruiscono le relazioni sociali e l’uguaglianza tra gli individui, ambienti precipui della politica e della cultura.

L’uscita del sindaco tuttavia non meraviglia, poiché da anni il Comune ha mostrato un particolare distacco verso il patrimonio edificato collettivo. Su più versanti.

Su quello urbanistico, basti citare lo smantellamento della tutela del patrimonio architettonico monumentale: la variante all’art. 13 delle norme di attuazione del PRG ha infatti eliminato l’obbligatorietà del restauro edilizio sugli edifici notificati come beni culturali dal Codice (DL 42/2004). Né il Piano urbanistico è stato capace di regolare i cambi di destinazione d’uso, invariabilmente tesi verso la ricezione turistica o l’alloggio breve.

Sul versante patrimoniale, la vendita di edifici pubblici, di pregio architettonico e posizionale, ha raggiunto il parossismo nel primo quinquennio Nardella, quando il sindaco in persona si è speso per la loro promozione presso le fiere immobiliari. Tra gli edifici alienati spicca la ex Caserma di Costa San Giorgio, in mano oggi a un magnate argentino che ne ricaverà albergo e suites extralusso.

Non meraviglia dunque questo ricorso allo spazio pubblico come fonte di guadagno – per le spese di bassa cucina – da parte di amministratori capaci di impoverire di senso la gestione urbanistica fino a ridurla a ciò è che qualcuno ha già ribattezzato “urbanullistica”.

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