Demetrio Paolin, classe 1974. Piemontese, origini meridionali. Scrittore. Imperdonabile, a mio avviso, e vi spiego la ragione. Arriva con un romanzo, uscito a marzo per Voland, Anatomia di un profeta, che è un’esegesi biblica, qualcuno osserva “è anche autofiction”, poesia, flusso di coscienza irrevocabile; è tormento che si perde nelle invocazioni delle origini, il pellegrino nel deserto che inciampa nella verità inaccessibile; è lamentazione, visita assisa e tragedia universale da cui l’uomo può congedarsi senza redenzione, senza consolazione o al limite nella pietà persino innominabile perché franata nell’immacolatezza.

È Imperdonabile perché la scelta di Paolin, già candidato al Premio Strega con il precedente Conforme alla gloria (Voland, 2016), è l’immolazione dentro il più feroce dei dolori: la morte di un bambino. Nel gesto, olocausto che non si provi nemmeno a celebrare, nella luttuosa immane abnegazione (l’innocenza al dolore), è il suicidio, nella morte di un bambino, a divaricare un tempo dall’altro.

Patrick. Ha 11 anni.

Patrick decide di morire.

So quanto gli sia costato scrivere questo romanzo; perdonate la mia intromissione forse inopportuna e certamente arbitraria. Era il romanzo di Paolin, il romanzo che non avrebbe mai scritto, ma non ha fatto altro, in ogni precedente, perché ne scaturissero i terribili prodromi.

Ogni scrittore ha un romanzo (il romanzo) dove non riesce a gettare lo sguardo se non nello scivolamento di una pira che arde e arde, aspettando la chiusa finale, destinandolo casomai alla chiusa finale.

E questo romanzo mai scritto è il romanzo piuttosto che si scrive tacitamente, fino all’ineluttabile ammissione, fino a che a rendere il supremo assillo, la confidenza verbale, il giudizio inappellabile, sia il romanzo. Il Romanzo. Eccolo, è questo Anatomia di un profeta per Paolin.

Avrà sentito la lama incidere da parte a parte, nella geografia di una memoria, di una vita, della propria e senz’altro, in un sollevamento di oceani e di cieli sovvertiti, nell’angelica e altrui, inginocchiato dinanzi al vituperio: la dimostrazione vergine e senza ritorno di un bimbo-soldato, nell’esercizio di una facoltà che non riusciva ad esercitare, essere un bambino, eppure capace di rifiutarsi alla vita.

Gettarsi nello strazio, conficcarsi la lama nel costato, incidere la lapide per sempre. Lo ha fatto, Demetrio Paolin, nella stagione che doveva accogliere l’azione estrema, liberatoria, in una coscienza provata, fors’anche inchiodata a una vulnerabilità, in una considerazione personale e severa: io, dov’ero?

Si possono scrivere libri su commissioni, con facilità, assecondando le mode, scalando classifiche (misteriosa vittoria della mediocrità del mercato), e si possono scrivere libri per rimanerne impalati, libri la cui eco sembra aprire gli oceani.

Libri da cui non si torna più indietro.

Questo è Anatomia di un profeta di Demetrio Paolin.

Leggo dalle pagine del romanzo di Paolin: “(…) Come la pioggia e la neve, così Patrick cade sulla terra, si versa nei pori dell’argilla e nutre le piante, si confonde nella prosa, sprofonda dentro queste parole, si fa verbo e sintassi, permea le righe e le mie dita che battono sulla tastiera; scende, Patrick, nel profondo, ristagna e diventa sali minerali. Quando è morto, per anni nessuno ha voluto lavorare quel lato della collina, maledetta alla vista.

Suo padre ci aveva provato a percorrere quella strada che da casa porta al capanno, ma ogni volta si bloccava. Così ha deciso che quella zona, quella parte di terra, sarebbe morta come suo figlio, che non avrebbe ricevuto più nessuna cura e ogni vite si sarebbe rattrappita e poi sarebbe scomparsa.

Sarà un posto deserto, ha pensato il padre, senza uomini e senza bestiame. Guardate le mani del padre che tiene la bottiglia di plastica dura, osservate come tremano, come le ulcere e le ferite e i calli le hanno rese spesse: queste mani stringono la morte di Patrick. Si sforza di cercare un resto di Patrick sulla superficie, fosse anche solo l’odore.

Quello che rimane di suo figlio è il gesto. Patrick che prende la boccia, Patrick che apre il tappo, Patrick che inclina il contenitore, Patrick che apre la bocca e beve. Questo di un figlio rimane a un padre: un gesto di morte e una vigna indifferente e nera (…)”.

Si aprono le acque, i cieli si invertono, l’ordine del mondo divampa, geme, nel Requiem senza fiori.

Invochiamo la consolazione. La chiediamo noi e lo scrittore, tendendo le mani, su, e nello strazio, cercare, chiedere, il silenzio dell’Eterno, o la Parola tuonante. Ed è la ricerca laconica e tremenda – o nelle volute infiammate di parossistico rimpianto – che diventa grandezza e condanna: questo è, anche, scrivere.

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