Ieri sera il Presidente del Consiglio, in conferenza stampa, davanti a milioni di italiani ha scandito una manciata di parole che, in tanti, attendavamo da anni: Internet dovrebbe essere un diritto costituzionale, garantito a tutti, nessuno escluso.

Esattamente cinque anni fa, Stefano Rodotà – del quale mai si è, probabilmente, avvertita la mancanza nel dibattito pubblico come in queste settimane – chiudeva i lavori della Commissione per i diritti e i doveri relativi a Internet istituita dall’allora Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, scrivendo all’articolo 2, 837 caratteri spazi inclusi, che oggi meritano di essere riletti uno per uno: “1. L’accesso ad Internet è diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo individuale e sociale. 2. Ogni persona ha eguale diritto di accedere a Internet in condizioni di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e aggiornate che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale. 3. Il diritto fondamentale di accesso a Internet deve essere assicurato nei suoi presupposti sostanziali e non solo come possibilità di collegamento alla Rete. 4. L’accesso comprende la libertà di scelta per quanto riguarda dispositivi, sistemi operativi e applicazioni anche distribuite. 5. Le Istituzioni pubbliche garantiscono i necessari interventi per il superamento di ogni forma di divario digitale tra cui quelli determinati dal genere, dalle condizioni economiche oltre che da situazioni di vulnerabilità personale e disabilità”.

Sono parole che all’epoca sono sembrate a tanti – troppi – astratte, teoriche, avveniristiche, eccessivamente entusiaste rispetto al significato del diritto all’accesso a Internet che sancivano.

In un Paese pieno di problemi e di emergenze, l’accesso a Internet, appena cinque anni fa, non sembrava, ai più, una priorità democratica, una questione da affrontare e risolvere con urgenza, un diritto davvero fondamentale dell’uomo e del cittadino.

Che significa che l’accesso a Internet è condizione per il suo pieno sviluppo individuale e sociale? Che vuol dire che ogni persona deve avere pieno diritto di accedere a internet a prescindere dalla propria condizione economica e sociale? Per farci cosa? Guardarci i video su YouTube? Che significa che l’accesso a Internet deve essere assicurato per davvero e non solo in potenza? E soprattutto che sta a significare che le Istituzioni pubbliche devono intervenire per superare ogni forma di divario digitale determinato da genere, condizioni economiche, sociali o disabilità?

In tanti all’indomani della pubblicazione della Dichiarazione dei diritti si sono posti queste domande e hanno fatto fatica a trovare le risposte giuste, quelle capaci di giustificare il riconoscimento dell’accesso a Internet come un diritto fondamentale.

Oggi, cinque anni dopo, è tutto diverso.

E non perché il Presidente del Consiglio ha appena detto di ritenere che l’accesso a internet dovrebbe essere un diritto costituzionale. Questa è una conseguenza.

La ragione vera è che l’emergenza sanitaria, l’esigenza di una quotidianità diversa chiusi, con poche eccezioni, nelle nostre case, ha fatto scoprire a tutti che l’accesso a Internet è, ormai, un presupposto necessario e irrinunciabile di cittadinanza.

Senza, semplicemente, non si è cittadini o si è cittadini di serie B.

Non si può lavorare da casa, non si può permettere ai figli di continuare i propri percorsi educativi come fanno i loro compagni di scuola più fortunati, non si può fare la spesa senza uscire e al riparo dal rischio di contagio, non si può guardare in faccia – sia pure attraverso uno schermo – con i genitori, le nonne, i nonni, i parenti e gli amici, non si può gestire il conto corrente bancario o interagire con la Pubblica Amministrazione, in una parola, non si può vivere l’esistenza, diversamente normale, che il Covid-19 ci ha imposto.

Quanto tempo si è perso. Quanto sarebbe stata diversa questa emergenza se quel diritto fondamentale declinato in quella dichiarazione non fosse stato così velocemente dimenticato, negletto, forse persino deriso, considerato, nel migliore dei casi un diritto di serie B e, nel peggiore, un non-diritto.

Oggi, semplicemente, gli italiani, davanti all’emergenza, sarebbero tutti eguali o, almeno, più simili perché di tante cose si può dubitare ma non del fatto che la Rete sia uno strumento – drammaticamente imperfetto – di democrazia.

Meglio tardi che mai, comunque.

Ora che si voglia riprendere – nonostante forse non sia la stagione politica giusta (ammesso che ce ne sia una!, ndr) – la discussione parlamentare del disegno di legge che mira a portare, per davvero, l’accesso a Internet, in costituzione o che si ritenga preferibile farne a meno considerando già l’accesso a Internet un diritto costituzionale o, almeno, un presupposto necessario per l’esercizio di tanti diritti costituzionali, certamente però è arrivato il momento di un risorgimento digitale, è arrivato il momento di mettere internet e il digitale al centro di qualsiasi riflessione sui prossimi settant’anni della nostra Repubblica, è arrivato il momento di riconoscere che senza innovazione e digitalizzazione, che si guardi alle imprese o ai cittadini, la ripresa sarà difficile, lenta, asimmetrica, carica di discriminazioni tra più fortunati e meno fortunati e assai poco democratica.

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