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di Frederick Bradley

Le città deserte sono forse il segno più eloquente del paesaggio al tempo del Coronavirus. Neppure durante le estati più torride o in occasione delle più avvincenti finali dei campionati mondiali di calcio, si è vista una tale desolazione, che per di più non si limita a qualche ora ma perdura, incessantemente, da settimane. Semmai, se vogliamo azzardare un paragone sembra più azzeccato quello con il paesaggio urbano di Cernobyl o di Fukushima poco dopo i relativi disastri nucleari.

Di fatto, nella sua drammatica semplicità il paesaggio attuale delle nostre città rivela tutta l’incongruenza tra i grandi viali progettati per centinaia di auto, le piazze concepite per l’aggregazione di migliaia di persone, e l’assenza pressoché assoluta di esseri umani. Un’incongruenza che è facile percepire come un’anomalia, inspiegabile se non, appunto, sapendo di vivere nel bel mezzo di una pandemia.

Così il Coronavirus ci fa scoprire il valore semiotico del paesaggio, dove tutto ciò che si osserva in un territorio ha un preciso significato la cui percezione è necessariamente funzione della conoscenza dell’osservatore. E non si tratta di un mero esercizio retorico, piuttosto è una straordinaria occasione per capire il senso di quanto asserito ormai vent’anni fa dalla Convenzione Europea del Paesaggio in cui il paesaggio è parte di un territorio così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni. Una definizione che ha segnato una svolta storica del concetto di paesaggio, fino ad allora confinato nel dualismo elitario tra umanisti e scienziati/tecnici del territorio.

Spostando il paesaggio dal sapere accademico alla percezione del singolo individuo, la definizione della CEP apre il concetto di paesaggio all’interpretazione che ognuno di noi è in grado di darne in funzione della propria conoscenza/cultura. Una grande operazione di democrazia che offre a tutti uno strumento per capire il territorio che stiamo osservando nel rispetto della cultura locale e al netto di influenze più o meno mirate all’interesse di pochi. Di più: interpretare i segni del territorio in funzione della propria conoscenza, consentendoci, come si è detto, di rilevare eventuali anomalie nei rapporti tra gli elementi del paesaggio, ci permette di prevedere i pericoli potenziali insiti nelle stesse.

Una condizione che vale anche per i quattro principali fattori individuati dagli scienziati all’origine e nella diffusione della pandemia di Coronavirus: le grandi concentrazioni di persone nelle aree metropolitane, la globalizzazione, la perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici. Ognuno di questi fattori ha impresso il proprio segno sul paesaggio del pianeta in modo estremamente marcato tanto ad assumere un valore iconico del nostro tempo.

Si pensi solo alle metropoli congestionate, ai grandi hub per i trasporti di merci e persone, alle coltivazioni intensive soprattutto a scapito della foresta pluviale equatoriale, e infine allo scioglimento dei ghiacci. Modifiche del territorio che ben sappiano, ancor prima della comparsa del Coronavirus, avere effetti devastanti non solo per l’uomo ma per l’intero pianeta, eppure ritenuti meno importanti della crescita del Pil e pertanto considerati da larghe fasce della popolazione il male minore per mantenere il nostro attuale stile di vita.

Ora sappiamo che questi stessi paesaggi sono stati anche i presupposti per la comparsa e la diffusione del virus che ci sta affliggendo e lo sono di quelli che sicuramente verranno in un futuro non lontano. Una consapevolezza che toglie ogni alibi sia a interpretazioni di comodo da parte di chi sta nelle stanze dei bottoni, sia all’indifferenza di chi ne subisce passivamente le (non) decisioni.

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