È davvero un pasticciaccio quello di cui si sta rendendo artefice l’amministrazione Trump: che il Tycoon non fosse un paladino dell’ambientalismo era stato chiaro sin da subito, viste le sue tesi negazioniste sui cambiamenti climatici. Ora, però, la riforma del governo americano in merito alle normative sulle emissioni di CO2 e sui consumi di carburante, oltre all’ambiente, rischia di creare danni ai consumatori e a quegli stessi costruttori che Trump vorrebbe aiutare. Ma andiamo con ordine.

Al centro del tritacarne normativo di Trump sono finite, nemmeno a dirlo, le regolamentazioni volute dall’amministrazione Obama nel 2012: queste ultime prevedevano che i consumi e le emissioni di anidride carbonica venissero ridotte annualmente del 5% fino al 2025. Ora, con Trump, la suddetta percentuale scende all’1,5%. Ne consegue – vista la proporzionalità fra utilizzo di combustibile ed emissioni generate – che gli obiettivi sui consumi di carburante al 2025 verranno pesantemente ridimensionati: non più una media di circa 54 miglia per gallone (23 km/litro), come voluto da Obama, ma appena 40 miglia per gallone (17 km/litro).

A spiegare le motivazioni di questo cambio di rotta sono, paradossalmente, i vertici dell’Epa, la stessa Environmental protection agency (l’agenzia federale per la difesa dell’ambiente), che aveva portato alla luce lo scandalo dieselgate nel settembre del 2015: “Riducendo gli oneri normativi, diminuiamo i costi di produzione e quindi attireremo più americani su veicoli più nuovi, più sicuri e più puliti”, ha assicurato l’amministratore dell’Epa, Andrew Wheeler. Che è anche un veterano delle lobby del carbone. E ciò è tutto dire. Tradotto in numeri, secondo l’Epa le norme meno restrittive consentiranno di ridurre i prezzi di listino delle vetture di circa mille dollari, stimolando un aumento delle vendite quantificato in 2,7 milioni di unità. Alla faccia degli ecologisti.

Ma Trump non ha fatto i conti con questi ultimi e con gli stati green (come la California), pronti a dare battaglia legale pur di far saltare una riforma che, ricerche alla mano, rischia di generare quasi un miliardo di tonnellate di CO2 in più durante l’intero ciclo di vita dei veicoli (e centinaia di milioni in più rispetto alle normative europee ed asiatiche). Oltre al danno, poi, ci sarebbe la beffa: secondo Consumer Reports, la norma comporterebbe anche un aumento dei costi per gli automobilisti di circa 2.100 dollari per ogni veicolo, proprio a causa dell’aumento dei consumi di carburante, quantificato dalla stessa Epa in circa 80 miliardi di litri in più per le automobili costruite entro il 2025.

Gli stessi scienziati nominati dal governo per vagliare la riforma hanno calcolato che, pur a fronte di una riduzione del prezzo di acquisto dell’auto di circa 1.000 dollari, la spesa media per la benzina si alzerà di circa 1.400 dollari. Ne consegue che ai consumatori la riforma costerebbe fra 13 e i 22 miliardi, anziché fargliene risparmiare tra 38 e 58, come auspicato dal governo. Se la Casa Bianca non cambierà rotta, comunque, quelli che erano gli standard ambientali più severi del mondo, diventeranno meno efficaci dei limiti vigenti nell’Unione Europea, in Giappone, nonché in Cina e India.

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