Le mafie possiedono una “naturale capacità di repentino adattamento ai mutamenti economici e sociali” e dunque stanno già pensando a come infiltrarsi nel riavvio delle aziende e delle attività economiche messe in ginocchio dall’emergenza coronavirus. Per questo le squadre mobili e le polizie anticrimine devono mettersi subito al lavoro, e investigare sulle realtà economiche territorio per territorio. Per segnalare in tempi brevi le imminenti criticità e centralizzare le informazioni raccolte, in modo da poter individuare al livello più alto delle strategie di contrasto immediate alla criminalità organizzata.

Lo sollecitano gli analisti della Direzione centrale anticrimine della Polizia di Stato (Dac), in una nota inviata a via pec a tutti i Questori del paese, elaborata con l’impegno del Servizio centrale operativo (Sco) diretto da Fausto Lamparelli, e del Servizio centrale anticrimine guidato da Giuseppe Linares. Un documento conciso, un allarme preciso e dettagliato dell’intelligence della polizia su come nei prossimi mesi le mafie potrebbero approfittare di questa crisi. A cominciare dal fatto che le imprese dovranno fare i conti “con un deficit di liquidità” senza precedenti. E con una ripresa da affrontare attraverso “una profonda rimodulazione del mercato del lavoro, del conseguente afflusso di ingenti finanziamenti pubblici, sia nazionali che comunitari, tesi a sostenere cospicuamente l’attuale momento critico e la conseguente ripresa economica”.

E’ il quadro perfetto nel quale mafia, camorra, ‘ndrangheta e mafie pugliesi non vedono l’ora di poter immettere nei circuiti legali di piccole fabbriche, negozi, ristoranti e bar, il denaro contante procacciato con lo spaccio, le estorsioni e l’usura. Soldi lasciati in ‘caldo’ nelle casseforti, tra le intercapedini dei muri di casa, in rifugi e bunker sconosciuti agli inquirenti, custoditi insieme alle armi e le partite di droga. ‘Ricavi’ tenuti da parte in attesa di tempi migliori. Che, cinicamente, per la criminalità sono questi. I tempi dei piccoli imprenditori che chiudono per decreto e iniziano ad accumulare debiti, non pagando i fornitori o l’affitto commerciale. Che già in tempi normali avevano difficoltà di accesso al credito delle banche, figurarsi adesso. Per i quali i ‘prestiti’ delle mafie, accompagnati magari dalla richiesta più o meno esplicita di entrare nella gestione dell’azienda, possono essere l’unica ancora di salvezza. Per non chiudere per sempre. Ma le mafie potrebbero anche autoriciclarsi in tipologie di impresa che in questo momento stanno fatturando bene: la grande distribuzione, il food domestico, i servizi per la sanità.

Il Dac ha steso un piccolo elenco di attività economiche e imprenditoriali da monitorare con “particolare attenzione”: la filiera alimentare e quella delle infrastrutture sanitarie, la gestione degli approvvigionamenti, il comparto turistico degli alberghi, la ristorazione, il controllo dei settori della distribuzione al dettaglio e della piccola e media impresa. Qui dovrà concentrarsi il massimo sforzo investigativo. La polizia sa che le mafie hanno diversi metodi per ottenere consenso sociale in questi tempi di crisi. Uno lo ha spiegato il Mattino di Napoli del 30 marzo con un servizio di Leandro Del Gaudio: la camorra, si legge, sta distribuendo tra i quartieri pane, pasta e altri generi di prima necessità per le famiglie in difficoltà, che non ce la fanno ad aspettare i buoni spesa annunciati dal governo. E nel frattempo sono state sospese le riscossioni delle ‘rate usuraie’.

Piaceri che torneranno utili ai clan camorristici quando il peggio dell’emergenza sanitaria sarà alle spalle. Per andare a bussare ai negozi con il volto di chi ha dato una mano, non quello di chi ha imposto una estorsione. Anche se “usura ed estorsione non sono andate in quarantena, tantomeno qui in Puglia” ha spiegato a ilfattoquotidiano.it il vicepresidente nazionale dell’associazione Antiracket (FAI) Renato De Scisciolo, commentando alcuni recentissimi episodi inquietanti: “Chi non può pagare i debiti ha paura e non denuncia, e i numeri cresceranno”. Insomma, per dirla come l’ex pm antimafia Nino Di Matteo in un’intervista a Repubblica: “I padrini e i loro complici potrebbero già avere iniziato a contattare imprenditori e commercianti assaliti dalla crisi economica”. A chiudere il cerchio le parole del Procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho: “C’è il serio rischio che le mafie possano aumentare il proprio business in questa situazione di emergenza: penso all’offerta che hanno dato in alcuni territori alle famiglie in difficoltà, ma anche ai settori economici funzionanti come quello ortofrutticolo, della grande distribuzione agroalimentare o dei rifiuti speciali, in cui investono e che sono ora ancora più strategici“. Le mafie vogliono impossessarsi delle aziende oneste e in difficoltà. E per evitarlo, scrive il Dac, bisogna muoversi ora.

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