In tempi di emergenza sanitaria, la tecnologia quanto può incidere per sostenere un’uscita dalla crisi?

E’ una domanda che ci siamo posti nel podcast Digitalia.fm con Massimo Canducci, CIO di Engineering, ed Ernesto Belisario, senior partner di E-Lex. Uno degli aspetti più interessanti che emergono dal confronto è che il tanto citato modello sud coreano ha avuto probabilmente impatti concreti nella gestione della diffusione del contagio perché non è stato applicato durante l’emergenza, ma è figlio di un percorso di educazione civica che parte dei contagi della Mers negli anni passati. Il training della popolazione nell’aggregazione di dati della loro vita quotidiana ha permesso un tracing molto specifico non solo in ambito sanitario ma in generale negli aspetti sociali della quotidianità sud coreana.

Il modello infatti prevede un complesso coinvolgimento dei dati di posizione dei cittadini, con l’obiettivo di tracciare eventuali incontri tra persone infette ed isolare gli specifici casi, senza andare ad isolare la società nel suo complesso.

Ovviamente in una democrazia come la nostra l’applicazione di una formula di questo tipo apre ad un ampio dibattito sul diritto alla privacy, sul coinvolgimento di aziende terze (Google e Facebook ad esempio hanno già gran parte di questi dati, cosi come le compagnie telefoniche), ma soprattutto sulla reversibilità dell’operazione.

Il rischio è infatti che come successo per le restrizioni alle libertà personali dopo gli attentati del 2011 (tutte le misure prese allora sono rimaste in atto), anche le limitazioni che possono essere istituzionalizzate in questa fase possano in qualche modo diventare stabili al di fuori dell’emergenza sanitaria.

Una strada potrebbe essere l’aggregazione anonima del dato, con puntuali scadenze di conservazione, ma anche in questo caso tutta la relazione di fiducia con il cittadino si baserebbe su principi difficilmente verificabili.

Ad oggi quindi la risposta su come la tecnologia possa intervenire in fasi di emergenza come questa è ancora da definire per il mondo occidentale. Sarà sicuramente interessante, e probabilmente determinante, guardare alla reazione che ci sarà in Silicon Valley ora che il problema è arrivato anche fisicamente in quel territorio, per capire come il settore privato americano, che da sempre ha avuto un approccio molto “leggero” alla privacy del dato, reagirà di fronte all’opportunità di monitorare in maniera più pervasiva gli spostamenti dei cittadini.

Qual è la vostra posizione a riguardo? Siete disposti ad una condivisione dei vostri dati personali a fronte di una gestione sanitaria che possa beneficiarne o è una operazione che accettereste solo in maniera opt-in, ovvero non autorizzando un enforcement da parte delle autorità, ma utilizzando autonomamente un’app dove sareste voi stessi ad inserire i dati da condividere?

Qui tutta l’intervista per approfondire

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