“E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale. Di nulla sia detto: ‘è naturale’ in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità, così che nulla valga come cosa immutabile”. Con queste parole Bertolt Brecht nell’incipit a L’eccezione e la regola ammoniva lo spettatore a guardare con occhio sempre critico la realtà, a non lasciarsi sopraffare nel giudizio dall’assuefazione allo spirito dei tempi.

Oggi viviamo in uno stato di emergenza che modifica le percezioni e scatena le emozioni. Tutti sono più spaventati, più patrioti, più vicini ai medici e agli infermieri che raccontano quotidianamente ai telegiornali e sui media il dramma del lavoro in corsia. Tutti sono più empatici e addolorati nei confronti dei morti e dei parenti e amici dei caduti, tutti più disponibili a affidare nelle mani dell’Uomo della Provvidenza il destino della nazione. Ma quale sia questo destino, sono stati in pochi fino ad ora a domandarselo anche se non era così difficile prevederlo.

La mortalità con CoVID-19 che va distinta da mortalità da COVID-19 fornisce una contabilità impietosa. A morire fino a metà marzo erano individui di età media di 79,4 anni, pluripatologici. Con il decrescere dell’età, il numero dei decessi si approssima allo zero. Il tasso di letalità del virus, continuamente riportato da ogni organo di informazione, non è stimabile perché dipende dal numero di contagiati asintomatici: un’informazione al momento sconosciuta.

Qualcuno avanza ipotesi e descrive scenari dei più fantasiosi, ma senza verifiche su ampi campioni di popolazione siamo nel campo della chiaroveggenza. Se i contagiati reali fossero il doppio dei contagiati registrati, il tasso di letalità si dimezzerebbe, se fossero cinque o dieci volte di più si arriverebbe a soglie non molto distanti da quelle di una mortalità tipicamente associata a patologie da invecchiamento.

Ogni morto ha naturalmente una storia, degli affetti, dei ricordi che meritano rispetto. Come cantava Giorgio Gaber la tentazione del giornalismo di “buttarsi sul disastro umano con il gusto della lacrima” è giustamente irrefrenabile e non manca giorno che familiari o amici dei deceduti raccontino della terribile fine dei loro cari. In questo quadro di emozioni forti la fragilità di una coorte sempre più ampia di cittadini diventati grandi anziani è scambiata per pandemia universale e fine del mondo prossimo venturo.

Che il mondo sia destinato tragicamente a cambiare purtroppo è vero, ma non sarà solo a causa del nuovo Coronavirus. Ad oggi il COVID-19 non ha raggiunto nonostante la fiammata della prima onda di contagio nemmeno la decima posizione nella classifica delle malattie più letali a livello nazionale.

Le sole malattie del sistema cardiocircolatorio hanno a metà marzo già provocato il decesso di quasi 48mila individui, i tumori più di 35mila mentre le malattie del sistema respiratorio sono causa di più di 10mila morti. Secondo le stime riportate dal Sole24Ore per rientrare nella classifica ‘nera’ delle dieci malattie più mortali il COVID-19 dovrebbe superare nel 2020 i 20mila decessi. Una cifra non impossibile, ma non così facile da raggiungere viste le misure draconiane messe in atto per fermare il contagio.

Se è molto probabile che l’ondata del COVID si fermerà, possiamo essere invece certi che lo stesso trend di riassorbimento del fenomeno non sarà quello del processo di invecchiamento della popolazione italiana. Mentre nel 2019 gli over 65 erano il 18,7% della popolazione italiana, nel 2020 la percentuale è salita vertiginosamente a un 22,8% con un aumento in termini assoluti di oltre tre milioni di individui (da 10.654.649 a 13.783.580).

Secondo le stime dell’Istat tra dieci anni la percentuale aumenterà di ulteriori cinque punti e nel 2045 sarà prossima al 35%. Gli over 85, ovvero i fragilissimi, sono già oltre due milioni. Con l’aumento dell’invecchiamento sale anche il tasso di probabilità di morte, che nella fascia 74-79 anni è pari a 132 per mille individui, ma dopo gli 80 anni raddoppia ogni quinquennio.

L’Italia è dunque già oggi composta da una popolazione di anziani. Ma una nazione che invecchia con questi ritmi è inevitabilmente una nazione che poggia il suo corpo su piedi di argilla. Più anziani significa più morti, più malati, più persone esposte a cambiamenti repentini che oggi si chiamano COVID-19 e domani saranno il COVID-20 o i picchi improvvisi e duraturi di caldo conseguenza del cambiamento climatico.

“Stiamo lontano ora per abbracciarci più forte domani” in questo scenario sembra essere così uno slogan efficace al massimo per tirare su il morale di un pubblico impaurito e disorientato nell’immediato, ma non per affrontare i problemi nel medio periodo. Bisognerà abituarsi nei prossimi anni ad avere a che fare con una crescente fascia di popolazione sempre più fragile e esposta a malattie, virus e disabilità.

I decenni di mancati investimenti in sanità, la moltiplicazione dei macchinari obsoleti, gli aumenti di spesa insufficienti a coprire l’inflazione, l’inefficienza e la corruzione diventate regole hanno lasciato il servizio sanitario nazionale largamente impreparato a affrontare le nuove prevedibili sfide degli shock che colpiscono le fasce più deboli della popolazione.

Sarà bene ricordare prossimamente che la grande parte degli stessi politici che oggi reclamano a gran voce ordine e disciplina e scaricano le responsabilità della diffusione del contagio sulla immaturità della popolazione, sono gli stessi che hanno contribuito a lasciare in stato di emergenza perenne la gran parte dei presidi sanitari nazionali.

La fine delle guerra al COVID-19 ancora non si vede, ma la lunga agonia di una nazione che ha votato in massa per i suoi carnefici per almeno 30 anni è purtroppo ormai terribilmente visibile.

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