Il riscaldamento globale indotto dall’uomo sta alterando profondamente l’equilibrio di oceani e mari. L’urgenza del problema è tale che il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC) ha dedicato un rapporto speciale proprio allo stato di salute di oceani e criosfera nella cornice del cambiamento climatico. Lo scenario che ne emerge è sconfortante: gli oceani sono sempre più caldi, i ghiacciai continuano a sciogliersi e l’innalzamento del livello del mare prosegue inarrestabile.

Inoltre, il rapporto dell’IPCC conferma quanto già evidenziato da altri studi: la distribuzione e il numero dei pesci negli oceani e nei mari stanno variando drasticamente. Il riscaldamento delle acque oceaniche e la loro crescente acidificazione, causata dall’assorbimento di oltre un quarto delle emissioni di CO2 provocate dall’attività dell’uomo, comportano livelli di ossigeno più bassi e scarsa disponibilità di sostanze nutritive. Per questo motivo, diverse specie di pesci stanno già abbandonando le zone tropicali per migrare verso i poli, alla ricerca di condizioni climatiche e ambientali in grado di soddisfare il loro fabbisogno di ossigeno e nutrienti. Secondo le stime della FAO, entro il 2050 è prevista una riconfigurazione geografica della pesca globale e una diminuzione della quantità di pesce che sarà possibile catturare senza danneggiare le riserve biologiche, già messe oggi a dura prova dalla pesca eccessiva.

Ma quali sono, invece, le conseguenze del cambiamento climatico per i milioni e milioni di pesci negli allevamenti intensivi? Infatti più della metà dei prodotti ittici consumati a livello mondiale proviene dalla produzione di acquacoltura marina e di acqua dolce, dove le conseguenze di un clima mutevole dalle variazioni imprevedibili colpiscono duramente la vita dei pesci allevati a scopo alimentare. Essi soffrono maggiormente dei cambiamenti dell’ambiente in cui vivono, perché sono confinati in gabbie e vasche dalle quali non possono muoversi per cercare habitat acquatici più favorevoli.

La fisiologia dei pesci negli allevamenti, come quella dei loro conspecifici selvatici, è influenzata direttamente dall’aumento della temperatura dell’acqua. In acque più calde i pesci crescono, si sviluppano e si riproducono con più difficoltà. I salmoni, per esempio, necessitano di parametri biologici e ambientali molto specifici: se la temperatura dell’acqua è maggiore di 16°C sono esposti a fattori stressanti, mangiano di meno e crescono più lentamente. In acque che superano i 23°C, invece, possono addirittura morire.

La salute dei pesci d’allevamento è seriamente minacciata dagli effetti del cambiamento climatico. Eventi atmosferici estremi, come piogge violente e alluvioni, uniti a variazioni nei modelli di circolazione oceanica, favoriscono la diffusione di parassiti e malattie che rischiano di spostarsi anche verso aree che in precedenza erano immuni e dove, in acque più calde, proliferano con più facilità. Nella nostra ultima indagine in Grecia, abbiamo visitato diversi allevamenti di branzini e orate in cui i pesci si ammalano regolarmente e il tasso di mortalità annuale si attesta intorno al 20%. Condizioni di allevamento intensive mettono a rischio il sistema immunitario dei pesci, rendendoli più vulnerabili all’attacco di virus e batteri.

L’aumento della densità delle precipitazioni e della temperatura dell’acqua di oceani e mari incide anche sull’intensità, la frequenza e la durata della fioritura delle alghe. Secondo la Fao, sono 75 le specie di microalghe in grado di produrre e trasmettere tossine a mitili, crostacei e pesci. Lo scorso anno la Norvegia è stata colpita dalla più grave fioritura di alghe velenose degli ultimi 30 anni, che ha causato la morte per asfissia di 8 milioni di salmoni. La stessa sorte è capitata a 27 milioni di salmoni in Cile nell’estate del 2016, sempre a causa della diffusione di alghe tossiche all’interno delle gabbie d’allevamento.

Tuttavia, anche l’impatto del settore dell’acquacoltura sul riscaldamento globale non è da sottovalutare: nel 2010, per esempio, la produzione acquicola ha provocato l’emissione di 385 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Inoltre, gli allevamenti ittici pesano gravemente sulla vita di oceani e mari, perché più di un terzo delle 600 specie d’acquacoltura allevate in tutto il mondo è carnivoro. Si stima che ogni anno circa 1 trilione di pesci selvatici vengano pescati per la produzione di mangimi a base di farina e olio di pesce destinati all’acquacoltura.

Un futuro dove la vita dei pesci negli oceani e nei mari non è costantemente a rischio è possibile, ma per costruirlo è necessario limitare le attività umane che incidono sul cambiamento climatico, tra cui pesca e acquacoltura. Allo stesso tempo, ciascuno di noi può proteggere i pesci scegliendo di adottare una dieta a base vegetale, che rispetta il valore della vita di questi animali preziosi.

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