Le cronache pestilenziali di questi giorni mi han fatto riaprire il bel libro di Ruffié e Sournia su Le epidemie nella storia e quello di William H. McNeill, La peste nella storia che, contrariamente al titolo, tratta il tema con lente d’indagine piuttosto ampia (vi sono pagine sull’antica (!) Cina, le epidemie periodiche di vaiolo durante il medioevo, la nascita delle vaccinazioni di massa). Letture cospicue, qui difficilmente compendiabili ma molto istruttive per esorcizzare il catastrofismo e ricordarci che, come specie, siamo sopravvissuti a ben peggio.

Più che l’epidemiologia storica, però, interessa capire perché questo scenario da “Paura e delirio in Padania” per un virus certamente molto contagioso ma poco preoccupante. E allora ritrovo anche Immunitas di Roberto Esposito che, col consueto acume, già nelle prime pagine tocca il punto essenziale. Accenna alla virologia informatica e a come – il libro è uscito nel 2002 – col passaggio dai calcolatori ‘monadici’ e dai floppy ai computer interconnessi in rete (l’autore fa l’esempio della posta elettronica), la possibilità d’infezione sia divenuta potenzialmente illimitata.

Il concetto originariamente biologico di virus viene così esteso alla forma telematica della teoria dell’informazione, e poiché, evidentemente, al possesso di un’informazione corrisponde un sapere, dunque un potere, siamo già in ambito biopolitico.

La ‘viralità’, tuttavia, benché legata al trasferimento d’informazione tra supporti non biologici, indica ancora un contagio che danneggia. Per difendersi dalla contaminazione, specifica Esposito – è il cuore della sua Antropologia immunitaria (§ 3.1) – s’incorre nella contraddittoria pratica di dover negare la vita esterna a sé per difendere la propria. Esattamente quel che accade oggi: si circoscrive drasticamente la vita dell’essere sociale (dunque, in fondo l’esistenza come Mitsein, l’‘essere-con-gli-altri’ che ‘ci’ caratterizza strutturalmente ed è dunque incluso nella nostra forma di vita); si limita, letteralmente, il contatto umano, per rendere possibile la sopravvivenza del corpo individuale.

Questa strategia, se non opportunamente bilanciata e razionalmente gestita, ha un esito decisamente nichilistico: paradossalmente, per salvarci la vita annientiamo una dimensione della vita, appunto quella oggettiva della società e delle sue istituzioni, non meno essenziale di quella ‘privata’.

Si determina inoltre una contrazione ipocondriaca dell’Io, perseguendo l’idea, di per sé folle e veterometafisica, che esista una qualche purezza da preservare a tutti i costi, mentre esistere significa sapersi contaminare, e la storia della nostra specie, e della sua evoluzione storica e biologica, è una storia di contaminazioni – demografiche, ideologiche e certo anche epidemiologiche (il classico di Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie, lo mostra con chiarezza).

Ma rispetto a quest’arco di questioni la psicosi generalizzata di questi giorni aggiunge alcuni elementi d’ulteriore rilevanza, che interessano il concetto di viralità in modo talmente sorprendente da invitare a una possibile riformulazione dell’intero paradigma biopolitico.

A essere virale, oggi, non è più solo l’azione biologica del patogeno, e nemmeno l’infezione di un dispositivo informatico. Virale, stavolta in senso positivo, è anzitutto l’informazione che, propagata per via telematica, viene universalmente e capillarmente diffusa tramite i sistemi di comunicazione di massa. Ebbene, è a questa viralità d’ordine informazionale, e non a quella biologica del Coronavirus, che dobbiamo i comportamenti sociali cui stiamo assistendo. In altre parole: il divenire immunitario della società attuale non è un prodotto della viralità materiale del Covid-19, ma un effetto della viralità immateriale dell’informazione ad esso associata.

Due aspetti risultano decisivi. Anzitutto, le due ‘viralità’ non si corrispondono affatto. Come sempre accade nel moderno, la correlazione tra i due livelli, cioè tra realtà e rappresentazione, è mediata dalle strutture del discorso: il che darebbe adito a una lunghissima serie di considerazioni, qui inaffrontabili, circa l’insieme delle mediazioni discorsive che permettono di passare da un ordine all’altro, e sul ruolo della politica nel governare – o addirittura produrre – queste mediazioni (un ruolo al quale pare abbia ormai totalmente abdicato).

In secondo luogo, ed è questo l’aspetto più sconvolgente, l’idea che la realtà dei comportamenti sociali oggettivi venga determinata da una viralità immateriale d’ordine informazionale è d’eccezionale interesse, perché dimostra che è avvenuta una sostituzione metafisica fondamentale nel modo in cui la realtà viene a determinarsi: l’immateriale determina il reale.

Bella scoperta, si dirà, è quel che accade da quando l’uso della rete è divenuto universale e massivo. È certamente così, ma con una piccola postilla – che nondimeno comporta uno slittamento teorico tutt’altro che trascurabile: se reale ed effettiva, nel senso hegeliano del wirklich, è oggi anzitutto la viralità informazionale, allora la biopolitica, in quanto scienza della viralità, dovrà ripensarsi come teoria critica dell’informazione e non più, semplicemente, del potere esercitato sui corpi. Dovrà cioè rivedere il proprio assetto ingenuamente realistico ammettendo quel tanto di ‘trascendentalismo’ che le permetta di riconcepire il potere non come azione reale sui corpi, ma come azione immateriale sui comportamenti.

Si tratterà allora, per lo sviluppo di una biopolitica della viralità informazionale, di far proprio, applicandolo alla telematica, ciò che Robert Musil già osservava come prima conseguenza metafisica della stampa – e che vale quantomai oggi per tutti quelli che, seppur non faranno mai esperienza diretta del Coronavirus, per l’onnipervasiva quantità di informazioni ricevute si comportano come se già l’avessero contratto: “La probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente; in altre parole, oggi l’essenziale accade nell’astratto, e l’irrilevante accade nella realtà”.

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