Gli ambientalisti tirano fuori un piano di decommissioning di 34 impianti offshore, che sarebbe rimasto chiuso da tempo, denunciano, nei cassetti del Mise. Riguarda 25 piattaforme, 8 teste di pozzo sottomarine, 1 cluster, 27 dei quali si trovano nella fascia di interdizione delle 12 miglia, istituita nel 2013 a tutela delle acque e degli ambienti costieri. La ‘Dichiarazione congiunta sul Programma di attività per la dismissione delle piattaforme offshore’ è stata resa pubblica da Greenpeace, Legambiente e Wwf nel corso di una manifestazione sotto la sede del ministero dello Sviluppo Economico. “Ci assumiamo la responsabilità di tirarlo fuori – spiegano le associazioni – nell’incapacità dei ministeri competenti di decidere ed essere conseguenti, dopo due anni di serrato confronto e conoscendo l’elaborato finale dal dicembre 2018”. Interpellato da ilfattoquotidiano.it il ministero dello Sviluppo Economico spiega di cosa si tratta e quali sono i prossimi passi da compiere riguardo alla dismissione degli impianti.

LA DICHIARAZIONE CONGIUNTA – L’inedita dichiarazione sarebbe stata concordata a dicembre 2018 tra i ministeri dello Sviluppo Economico, dell’Ambiente e dei Beni e delle Attività Culturali “e, secondo il documento e il carteggio in possesso delle associazioni, da Assomineraria, l’associazione di categoria dei petrolieri”. Da allora le associazioni hanno ripetutamente chiesto di rendere pubblico il piano, anche in considerazione dell’approssimarsi della scadenza del 30 giugno, quando il Mise dovrà procedere con la dichiarazione di dismissione mineraria prevista dal Decreto Ministeriale del 15 febbraio 2019

LA REPLICA DEL MISE – Il decreto in questione, ricordano dal ministero dello Sviluppo Economico, prevede che “le società titolari di concessioni minerarie comunicano entro il 31 marzo di ogni anno al ministero dello sviluppo economico (Direzione generale per la sicurezza – Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse), alla Sezione Unmig competente e alla Direzione generale per la sicurezza dell’approvvigionamento e le infrastrutture energetiche del Mise l’elenco delle piattaforme i cui pozzi sono stati autorizzati alla chiusura mineraria e che non intendono utilizzare ulteriormente per attività minerarie”. Entro il 31 marzo di quest’anno Eni ha inoltrato le comunicazioni relative alle infrastrutture in dismissione Ada 3, Azalea A e Porto Corsini 73. “La relazione tecnica – spiega a ilfattoquotidiano.it il Mise – è stata valutata dagli uffici Unmig competenti che hanno provveduto a inviare, il 15 maggio, alla Dgs Unmig i pareri di propria competenza”. La Direzione generale, a sua volta, ha richiesto i pareri di competenza ai ministeri dell’Ambiente, dei Beni Culturali e dello Sviluppo Economico, acquisiti i quali dovrà pubblicare entro il 30 giugno di ogni anno l’elenco delle piattaforme in dismissione e, in modo particolare, quelle che possono essere riutilizzate.

A CHE PUNTO SIAMO – “Nella bozza di memorandum fra i tre ministeri in questione e Assomineraria si fa riferimento – conferma il Mise – a 34 piattaforme da avviare a dismissione nei prossimi 10 anni”. Attualmente le Direzioni competenti, su input del sottosegretario Davide Crippa, stanno procedendo”con una ricognizione dei dati relativa alle concessioni e ai pozzi”. In pratica si sta verificando il numero delle concessioni improduttive e il periodo di inattività e il numero dei pozzi chiusi minerariamente, la data di chiusura e il numero di quelli ripristinati. “Tale ricognizione, mai fatta prima d’ora – sottolinea il Mise – serve per finalizzare e definire al meglio il suddetto memorandum, che dovrà essere comunque pienamente condiviso con ministero dell’Ambiente, ministero dei Beni Culturali e Assomineraria”. 

L’APPELLO – Ma gli ambientalisti premono affinché si passi all’azione entro breve. “Bisogna che il ministero dello Sviluppo Economico sia coerente con gli impegni presi ed entro fine mese decida di avviare subito la procedura di dismissione dei primi 22 impianti e, al massimo nei prossimi due anni, degli altri 12 individuati”, chiedono gli ambientalisti. Gli impianti da dismettere sono stati selezionati in base a tre criteri. Si tratta, infatti, di quelli mai entrati in produzione, o che non erogano gas o petrolio da almeno un quinquennio e che negli ultimi 10 anni abbiano estratto quantità di idrocarburi liquidi o gassosi esigue, al di sotto della soglia di franchigia (con produzione annua inferiore a 80 milioni di metri cubi di idrocarburi gassosi e 50mila tonnellate di petrolio). Per le tre associazioni “dei veri e propri relitti industriali, pericolosi per la navigazione e per l’ambiente”.

LA MAPPA DEGLI IMPIANTI – Di questi, 29 sono localizzati nel tratto di mare tra Veneto e Abruzzo, due davanti alla Puglia, uno nelle acque davanti a Crotone e due nel Canale di Sicilia. Dei 34 impianti, 25 sono dell’Eni (73,4%) e 9 di Edison (26,6). Le associazioni ricordano che “il 50% dei 34 impianti individuati dopo due anni di trattativa non hanno mai avuto una procedura di Valutazione di Impatto Ambientale, perché autorizzati prima del 1986, anno in cui la VIA entrò in vigore in Italia”. Tra questi impianti, quattro piattaforme hanno 50 anni o più (Porto Corsini MWA, San Giorgio a Mare 3, Santo Stefano a Mare 1.9, Santo Stefano a Mare 3.7), altre quattro più di 40 (Armida 1, Diana, San Giorgio a Mare C, Santo Stefano Mare 4), tutte localizzate nel tratto di mare tra Veneto e Abruzzo, e tredici (il 38,2%) tra i 30 e 40 anni. D’altro canto se sono 138 gli impianti offshore che si trovano nelle acque del territorio italiano, dei 94 che si trovano nella fascia delle 12 miglia, il 44,6% non è mai stato sottoposto a Via.

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