La Sardegna ha circa 1,6 milioni di abitanti, e poco meno di 380 Comuni. Esclusa qualche decina di essi, amministrare un comune in Sardegna è un dispendioso (per chi lo fa) atto di amore per la propria comunità. L’associazione che rappresenta questi volontari per lo sviluppo è l’Anci (Associazione nazionale Comuni italiani), sezione Sardegna.

Mercoledì 19 febbraio Anci Sardegna ha presentato la “Proposta di legge quadro per il progresso, la tutela, la valorizzazione dei Paesi e delle aree rurali e azioni di salvaguardia del pastoralismo e del sistema agropastorale della Sardegna”.

Da ogni punto di vista sociale e collettivo si guardi la Sardegna oggi, il sostantivo che la può definire è “dramma”. Il risultato è una dinamica demografica che può portare, nell’arco di qualche secolo, alla estinzione dei sardi. La terra sarda sarà abitata da altri, ma è giusto? Noi vogliamo vivere! E lo vogliamo fare in felicità e libertà. Secondo l’Istat, infatti, da qua al 2065 le popolazione sarda passerà da 1,65 milioni di abitanti a 1,1. Secondo la Caritas già oggi 300mila persone di quell’1,65 milioni sono formalmente residenti in Sardegna ma domiciliati in Italia o all’estero. I piccoli Comuni e i Comuni non costieri, sempre più vecchi e disabitati, sono le principali (non le uniche) vittime di questi fenomeni.

La proposta dell’Anci, e cioè di chi amministra comunità che ogni giorno sentono i dolori fisici di questi drammi, è di rottura e speranza. “La primavera dei paesi”, l’hanno chiamata. La proposta, di cui non abbiamo l’articolato ma solamente le slide, è un insieme organico di riforme e politiche che riguardano il lavoro, l’abitare, il produrre, l’ambiente, la salute, le nuove tecnologie, i trasporti, il vivere comune.

Dai macro-temi si distillano concetti-bandiera: dal “maestro di strada” alle “comunità della salute”, dai “paesi del benessere” agli “infermieri di comunità”, dalla abolizione del “non finito sardo” alla “banca della terra”, dalla “Agenzia per le famiglie” alla “Università della Pastorizia”, dal “telelavoro” al “lavoro diffuso”. Si affermano, nella proposta, bisogni e diritti che dovrebbero essere di ogni essere umano e che oggi in Sardegna non valgono: poter decidere liberamente dove vivere.

Attendiamo di leggere l’articolato, e di impegnarci affinché diventi realtà e pratica quotidiana, ma è chiaro che “la primavera dei paesi” è una sfida: a noi stessi, sarde e sardi, all’Italia, all’Europa e a un modello di vita.

La Sardegna è i suoi paesi? Sì e no. Sì, perché una Sardegna a ciambella, senza aree interne, senza paesi se non villaggi vacanze estivi sulle coste, con persone che ci abitano d’inverno per accogliere turisti d’estate, non è una Sardegna felice. No, perché bisogna affrontare il tema urbano, i ruoli e le vocazioni delle città sarde, le loro specializzazioni, le loro responsabilità. La proposta dell’Anci Sardegna non è in contrasto con questa impostazione e va sostenuta, approfondita, rilanciata, se serve adeguata.

Si tratta di un “new deal”, un “nuovo patto” per la Sardegna. Si apre inevitabilmente per la Sardegna, così come ogni area del sud dell’Europa, il problema finanziario, che in realtà è politico: quale rapporto con l’Italia e l’Europa? Il nostro obiettivo è la felicità e la libertà, non altro.

@EnricoLobina
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