Il momento più surreale della lite tra Morgan e Bugo nel backstage del teatro Ariston, pochi istanti prima di quel «ringrazia il cielo che sei su questo palco/rispetta chi ti ci ha portato dentro» entrato di diritto negli annali festivalieri, è senza dubbio l’incursione di Federico Fashion Style. Immancabile giacchetta di paillettes, incarnato color radica, il parrucchiere delle star – da Alba Parietti a Giulia De Lellis – lancia un’occhiata complice alla telecamera, assiste alla scena con l’espressione stupita della mucca che guarda il treno passare, e se ne va.

Questione di attimi, questione di sguardi. Gli stessi, tra l’attonito e il disorientato, con cui si resta inchiodati a guardare Il salone delle meraviglie, il docu-reality di Real Time che Federico Lauri, il suo vero nome, conduce e incarna da tre edizioni. Il copione è sempre lo stesso: cliente bizzarra/capelli sfibrati/look da rifare/Federico che entra in scena con la bacchetta magica/trattamento miracoloso/gossip basico da salone di bellezza/trionfo di lacca extension e «tesoro, sei pazzesca!»/vissero tutti felici e contenti.

Per capirci, siamo sul terreno vischioso del nulla assoluto, panna montata non al veleno (quella di Achille Lauro) ma al gusto dell’effimero senza limiti, del barocco ostentato che ha trasformato il programma in culto per i feticisti del trash spinto, con circa 600 mila irriducibili spettatori a puntata. Al centro di ogni snodo c’è sempre e solo Federico con il suo ego stratosferico, i ritocchini, i look da tamarro arricchito, il vocabolario basico di birignao – è tutto un «amore, tesoro, favola» – così tanto personaggio che la parodia supera la realtà, fa un giro immenso, sfiora il truccatissimo visagista delle dive cantato da Elio e le storie tese e torna ad essere Federico Lauri.

È il trionfo del disimpegno, imbellettato da un montaggio serrato, una fotografia curata e sostenuto da una scrittura decisa (il tocco di Cristiana Mastropietro, la produttrice e autrice, si sente tutto), necessaria a non sprofondare nel vuoto cosmico. Così in ogni puntata entrano in scena i personaggi più improbabili, un incrocio ferocissimo che comprende presunte nobili romane che paiono uscite dal Cafonal di Dagospia, aspiranti dive, la cliente che legge i fondi del caffè, quella che si presenta in negozio con la valigia piena di sex toys, la tizia che pretende i boccoli della Venere di Botticelli e una poltrona dopo quella che arriva da Bari per avere le nuances color liquirizia della De Lellis («ao, le ho inventate io», tuona tronfio Federico). Ma c’è spazio anche per il sosia di Johnny Depp, per la ragazza di periferia che s’è fatta otto ore di macchina pur di farsi mettere le mani in testa dal para-guru dello stile o per le casalinghe disperate (il crossover con The real housewives di Napoli è da brividi). Sullo sfondo due o tre clienti fisse, Roberta e le altre, un coro greco che stuzzica, spariglia i giochi e spesso diverte pure. Così vero e verosimile si mischiano indissolubilmente dando vita a un Bello delle donne 2.0 in cui, ecco il paradosso, l’unico autentico finisce per essere Federico, che pare aver capito la lezione dei suoi antesignani – dal mitologico parrucchiere Michel a Enzo Miccio – e sa come forzare la mano in maniera furbesca sui cliché per diventare personaggio e fare business a colpi di tv, social e «sobrietà, questa sconosciuta».

Si alzano le saracinesche e si va in scena, così per qualche ora Anzio diventa caput mundi anche se gli stessi identici look – trionfo di extension e onde, la sua firma indelebile – Federico li costruisce uguali nei suoi saloni di Milano e Roma. «Ma ‘ndo vai con sti capelli: me pari un uccello spennacchiato!», tuona lui. E l’assunto è evidente: più le tratta male, più le clienti cadono ai suoi piedi, si prostrano, lo vezzeggiano, lo idolatrano come un inarrivabile reuccio del ferro per i capelli (rigorosamente color oro, perché l’esimio impazzisce per l’oro), si fanno fare di tutto – in testa casca ogni sorta d’intruglio, dalla panna allo champagne, ma ci sono pure i palloncini che sollevano le ciocche e le pose plastiche per i tagli drastici – come ipnotizzate dal loro parrucchiere confessore.

Non è sindrome di Stoccolma, ma poco ci manca. Più il trattamento è spericolato, più loro vanno in deliquio e gridano al miracolo: «Federico, sei un genio!». E magari sono le stesse che appena arrivano a casa, corrono sui forum a digitare insulti e improperi per aver pagato un taglio quanto la rata del mutuo. Ma Federico resiste a tutto, alle offese e alle insinuazioni («Non sono gay, sono sposato e ho famiglia»), alle critiche, ai complimenti leziosi e pure agli sbadigli. Inevitabili, perché ogni puntata finisce per essere uguale a se stessa.

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