Sono commossa dalla tenacia con cui questa storia rifiuta di morire. Pubblicata nel 2005, pochi libri hanno una lunga vita. Ogni due anni un giovane regista, uno sceneggiatore, un produttore (pochi mesi fa dall’America) dice che vuole farci un film. Invece non se ne fa nulla. “Sono commossa dall’idea che questo seme piantato dentro di me nel 1985 continui a germogliare. Che altro è una ristampa, se non il ramo nuovo di un vecchio albero?”, ha veramente le lacrime agli occhi Roselina Salemi, che si passa tra le mani Il nome di Marina. Ecco l’antefatto.

Nel 1985 Roselina conosce Salvatore Guerreri. Era la fine di febbraio ma c’era già aria di primavera. Lavorava come corrispondente di Repubblica dalla Sicilia e due volte la settimana andava a Siracusa per un giornale che avrebbe avuto vita breve. Dalla provinciale vedeva il cartello “Marina di Melilli” e lo svincolo che portava al paese fantasma. Ha fatto una ricerca d’archivio (non c’era internet) e ha ricostruito l’incredibile storia di Marina.

“Ne avevo sentito parlare, è vero, nel 1981 dal direttore del quotidiano che mi aveva assunto, Giuseppe Fava, assassinato dalla mafia. Credeva che noi, la redazione del Giornale del Sud, avremmo cambiato le cose. Quando gli hanno sparato siamo rimasti tutti un po’ orfani, e ci siamo lentamente dispersi”, ricorda Roselina. Abbastanza incosciente sfiorava situazioni pericolose, cercava una storia speciale e l’ha trovata. O forse la storia ha trovato lei.

In uno degli ultimi articoli di Salvatore Guerreri (marzo 1977) gli davano del pazzo. Era il capo degli “irriducibili”: venticinque famiglie, poi dieci, poi sette che avevano rifiutato gli espropri necessari ad allargare il petrolchimico con le sue orgogliose ciminiere. Al mondo contadino, l’industria aveva promesso stipendi fissi, progresso e benessere. Una classe operaia. Nessuno allora aveva pensato di riflettere sul prezzo che sarebbe stato pagato.

Lei allora decise di andare a trovare Salvatore. La desolazione era indescrivibile. Uno sterrato. Macerie. Una macelleria vuota. Un panificio. Una casa con la facciata ricoperta di conchiglie. Due bambini. Un uomo che gridava al cielo. Il mare era immobile, e nell’aria senza vento si spandeva l’odore di mille veleni. “Sono andata verso la spiaggia. Gli scogli erano neri, coperti di bitume. L’acqua era morta. Non un’alga, un granchio, un pesciolino. Eppure chiunque avrebbe notato la bellezza dell’insenatura che i poeti chiamavano Baia degli Dei con la sua dolce curva e un dito di pietra proteso verso l’altra sponda”.

Salvatore la guardava con sospetto. Ne erano arrivati tanti, di giornalisti, ma nessuno aveva reso giustizia al paese raso al suolo, alla chiesa fatta saltare in aria, agli abitanti sparpagliati in varie case popolari. Tutto cancellato. Riuscì a convincerlo che lei era diversa, che avrebbe scritto ogni cosa: gli affari e i patti scellerati, le alleanze mafiose, le colpe della politica, i delitti senza castigo. Lui le credette, con una vena di scetticismo.

La sommerse di carte: lettere al Presidente della Repubblica, al Papa, ai segretari dei partiti, ai capi dei governi che continuavano a cadere. Lui, ex Uomo Qualunque, depositava denunce contro la distruzione dell’ambiente, l’inquinamento, lo sversamento di rifiuti tossici in mare.

Tornata a parlargli diverse volte anche con il fotografo Enzo Signorelli (la copertina del libro è sua), portava tavolette di cioccolato ai bambini della Casa di Conchiglie, chiacchierava con il fornaio (impastava il pane con l’acqua avvelenata del mare) e con la moglie del macellaio. A occhi chiusi immaginava il paese di cui tracciavano la mappa invisibile. Qui c’era un giardino di rose, là una villa coperta di gelsomini, in fondo la trattoria. Guerreri le disse che non aveva paura, che non si sentiva solo: a tenergli compagnia aveva il suo fucile.

Roselina lavorò all’inchiesta per due mesi, il materiale c’era ed era tanto, ma si trovò a sbattere contro un muro di silenzio: “Ho chiamato il mio capo a Repubblica e gli ho raccontato la storia. Lui mi ha chiesto: ‘Ce l’ha il Corriere?’ ‘No’. ‘Ce l’ha la Stampa?’ ‘No’. ‘Ce l’hanno le agenzie?’ ‘No’. ‘C’è un’inchiesta della magistratura?’ ‘No’. ‘E allora non c’è la notizia’”. Quell’enorme devastazione non era una notizia. Allora non c’era nessuna Greta Thunberg che gridasse allo scandalo.

“Non ho scritto niente, anche se l’avevo promesso. Poco dopo, me ne sono andata dalla Sicilia. Avevo avuto i miei guai: una querela per diffamazione dal capo della Procura di Catania, mandati di comparizione, alcune minacce non tanto velate. Un amico magistrato mi aveva consigliato di cambiare città, se potevo. Gli diedi retta. Mi trasferii a Milano ma non ho mai dimenticato Marina di Melilli”, continua Roselina.

Quando Salvatore Guerreri, rimasto solo, venne assassinato, cinque minuti dopo aver avuto la notizia – era giugno 1992 – lei prese un foglio e scrisse le prime venti righe di questo libro. È stato il suo modo di chiedergli scusa. Se nessuno voleva l’inchiesta, avrebbe fatto un romanzo. Ha accolto nelle pagine storie come quella della sirena e del mago che aveva predetto la distruzione del paese, si è concessa delle libertà dalla cronaca. Così è nato Il nome di Marina.

“Quando sono tornata in Sicilia a presentarlo, ho notato che, se non altro, aveva fatto saltare il meccanismo di rimozione collettiva, il muro di silenzio. Mi hanno raccontato del padre, del fratello morto di tumore, dell’acqua rossa che usciva dai rubinetti (mercurio). Un ex prete operaio mi ha confessato il suo dolore per aver abbandonato la battaglia a fianco della gente: ordini superiori. Da un archivio è spuntato fuori il film di Ermanno Olmi I Fidanzati, che riprendeva la spiaggia con le sue dune ancora intatte nel 1963. Ci sono state lacrime e rabbia. Un fiume carsico di ricordi è emerso all’improvviso, al punto che avrei potuto scrivere un altro libro con i pesci a due teste e i bambini malformati”.

Ancora inchieste bloccate o archiviate, le battaglie di don Palmiro Prisutto, gli indennizzi accettati dalle famiglie che non volevano lottare, il processo per l’assassinio di Salvatore Guerreri. Tre nomi, una sola condanna definitiva, poche risposte.

RaiUno aveva deciso di realizzare una fiction in due puntate, ma chissà perché – forse è nel destino di Marina di Melilli – il progetto è stato fermato dopo i sopralluoghi, con la scelta dl regista già fatta. Il materiale che aveva raccolto per la sceneggiatura deve essere ancora in qualche scatola. Nel frattempo ci sono state altre inchieste giudiziarie e pentimenti tardivi, c’è il murale dedicato a Salvatore Guerreri dai ragazzi che hanno scoperto un eroe normale. Ci sono tanti sconosciuti che – viva Internet – hanno messo assieme i frammenti di questa storia e le impediscono di essere dimenticata.

Sul muro di uno dei ruderi, all’uscita dalla provinciale, c’è stata per molti anni la scritta che gridava “Marina di Melilli risorgerai”. “Non succederà, lo so – conclude Roselina – ma la memoria, in fondo, è una resurrezione laica, ed è l’unica speranza che abbiamo di non ripetere ancora una volta, molte altre volte, gli stessi errori”.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Lo scaffale dei libri, la nostra rubrica settimanale: diamo i voti, da Antonio Manzini a Massimo Carlotto, da Giorgio Scerbanenco a Abir Mukherjee

next
Articolo Successivo

Monza, il teatro Villoresi inaugura la sua prima stagione lirica con Tosca: “Storie che appartengono a ciascuno di noi”

next