Un “profilo Facebook falso” e gli appelli a manifestare lanciati a settembre dall’imprenditore egiziano Mohamed Ali. Sono questi, secondo Wael Ghaly, avvocato di Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’università di Bologna arrestato il 7 febbraio all’aeroporto del Cairo, gli elementi usati dai servizi di sicurezza egiziani per giustificare la detenzione del ragazzo. “Secondo il mandato d’arresto, è stato incarcerato a causa di dieci post del suo account personale su Facebook che risalgono a prima del 23 settembre – spiega all’Ansa il legale – Noi, i suoi avvocati, finora non li abbiamo visti e la Sicurezza non ce li mostrerà. Ma si tratta di un account fake, in quanto porta tre nomi, mentre il suo profilo ha solo nome e cognome”.

L’avvocato di Zaki ritiene inoltre che il suo assistito stia pagando per un nuovo clima di tensione che si è venuto a creare a settembre tra il regime di Abdel Fattah al-Sisi e le opposizioni. Situazione che ha portato a una nuova ondata di arresti nel Paese: “Il problema di Patrick – ha aggiunto – coincide con gli appelli a manifestare lanciati agli egiziani dall’imprenditore Mohamed Ali”. Il legale fa riferimento all’ex appaltatore delle forze armate egiziane che aveva lanciato appelli a manifestare contro il presidente nel settembre scorso e poi a gennaio. Le deboli proteste erano state disperse con lacrimogeni e molti arresti.

Parla la famiglia: “Torturato per 30 ore, chiedevano di Regeni”
In un’intervista a Repubblica e Corriere della Sera, famiglia e legali dello studente egiziano hanno detto che Zaki è stato interrogato, picchiato e torturato per 30 ore. Le domande che fanno più paura alla famiglia Zaki sono quelle sui suoi legami con Giulio Regeni e i suoi genitori. Contatti che, secondo la famiglia e gli avvocati del ragazzo, non esistono. Ma il caso del ricercatore di Fiumicello, sequestrato, torturato e ucciso tra il 25 gennaio e il 3 febbraio del 2016, ha ormai provocato una psicosi all’interno della Sicurezza nazionale egiziana del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Un’ossessione le cui conseguenze, si legge, sono ricadute anche su Zaki.

Quando viene pronunciato il nome di Regeni, nella casa di Omar Ibn al-Khattab Street, a Mansoura, entra la paura: “Patrick è egiziano – interviene lo zio -, lasciamo questa storia e le ambasciate fuori o non ne verremo più a capo”. La famiglia sa bene che eventuali legami complicherebbero la situazione del ragazzo e ritarderebbero la sua liberazione. La sorella, Marize, aggiunge che “abbiamo saputo quello che è successo a Regeni attraverso i social media, come tutti qui in Egitto. A casa ne abbiamo parlato e Patrick si è fatto la stessa domanda di tutti noi: perché è successo? Nulla di più”. Ma se si accenna alla possibilità di una ritorsione delle autorità egiziane per screditare la famiglia di Giulio, nella casa di Mansoura smentiscono categoricamente.

La famiglia è intimorita dalla portata dell’evento che ha coinvolto Zaki, ma allo stesso tempo, come sottolineato anche nel breve comunicato pubblicato martedì, chiedono alla comunità internazionale di tenere alta l’attenzione sul caso dello studente. Se così non fosse, rischierebbe di essere inghiottito dal sistema che ha relegato migliaia di critici e oppositori del regime di al-Sisi nelle carceri egiziane. “Patrick non sta certo bene psicologicamente – aggiunge il padre – ma tiene duro e aspetta di uscire. Tutto quello che vuole è tornare a studiare in Italia”. Tanto che ha chiesto di ricevere i propri libri di testo per preparare gli esami di marzo.

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