Ogni volta che in Italia si parla di aree all’aperto istituzionali, collocate nelle zone periferiche, contrassegnate dalla presenza di container o baracche, si finisce sempre per ricadere in un ambito più simbolico che fisico. L’immaginario collettivo rincorre uno spazio degradato, popolato da persone che etichettiamo come rom, fantasmi urbani dalla pelle scura, misteriosi ed esotici, pericolosi e sconosciuti, dalle tradizioni tribali e dai tratti orientali. Gente straniera che non vuole includersi, dalla cultura criminale irriducibilmente diversa che preferisce vivere nel fango e per la quale, secondo molti, l’unica soluzione è rappresentata dalla ruspa. Persone di cui alla fine la stragrande maggioranza degli italiani sa poco o nulla. Di loro e dei campi dove vivono.

Il problema è sempre il solito, si è lontani dalla realtà e, come puntualmente accade, meno si conosce e più ci si arrocca nelle certezze assolute, quelle di chi si pone nella fila del gregge del “tornino a casa loro!”. Ma chi abita davvero questi spazi che chiamiamo con i nomi più strani (villaggi o campi sosta, aree sosta o campi-container)? Siamo così sicuri sia corretto associare la parola “campo” al termine “rom”? O sarebbe più opportuno collegarlo ad uno “scarto umano” senza casa, un surplus urbano composto da cittadini caduti in disgrazia e che l’istituzione ha deciso di concentrare in un unico spazio?

Insediamenti istituzionali riservati a persone identificate come rom nascono nei primi anni Novanta, quando l’implosione delle Repubbliche jugoslave generò l’arrivo in Italia di profughi che furono concentrati in tali aree. Eppure l’esperienza del confinamento di intere categorie sociali era già stata praticata nel nostro Paese molto prima e tuttora è consolidata.

Pochi sanno che a Messina dal terremoto del 1908 più di 6000 nostri connazionali vivono in baraccopoli predisposte a suo tempo dalle istituzioni. Secondo un recente studio nelle baraccopoli di Fondo Saccà e di Fondo Fucile la vita media è stata, negli ultimi decenni, di 69,7 anni contro i 77 degli abitanti di tutte le altre zone della città, e dunque il messinese che risiede in baracca vive in media sette anni in meno rispetto ai suoi concittadini. Il tutto con una mortalità perinatale che è il quadruplo rispetto al resto della città.

Nei campi formali riservati a persone rom vivono circa 13.000 persone. In Italia, quindi, su tre baraccati uno è un cittadino messinese. Anche lui sarebbe da rispedire a casa sua?

Ma anche all’interno di quelli che noi chiamiamo campi rom vivono esclusivamente persone di questa etnia? Non sembrerebbe, visto che per esempio in Emilia Romagna, secondo i dati recentemente inviati al Viminale, negli insediamenti formali ci sono nostri connazionali, oltre a rumeni, bosniaci, marocchini, pakistani e indiani.

Basta scendere di 500 chilometri e raggiungere Foggia, dove in via san Severo da 14 anni 45 famiglie foggiane vivono nei container allestiti dall’Amministrazione Comunale come risposta all’emergenza abitativa. Quattordici anni trascorsi in condizioni drammatiche in un campo, tra topi e scarafaggi. Non si tratta questa volta di vittime di una calamità naturale, ma della povertà. Anche le 45 famiglie di san Severo meriterebbero di tornarsene da dove sono venute?

Dall’alto il campo di via san Severo appare molto simile a quello di Castel Romano, sorto nello stesso anno lungo la via Pontina, a Roma, per l’accoglienza di famiglie rom scappate dalla città bosniaca di Vlasenica. L’unica differenza è l’estensione, ma per il resto tutto è identico: spazi ristretti, esclusione sociale, discriminazione, futuro negato, ascensore sociale immobile.

Baraccopoli create dalle istituzioni sono quindi sorte prima e dopo la nascita dei campi rom degli anni Novanta. Periferie delle periferie, buchi neri dove anche i diritti fondamentali sono sospesi, spazi per gli ultimi che stanno di poco davanti ai penultimi, quelli che vivono nei palazzoni grigi di periferie dimenticate. Eppure, malgrado tutto, quando parliamo di campi e baraccopoli continuiamo ad associarli alla parola “rom”. Che alla fine non incarna altro che il povero allontanato dalla città e concentrato in uno spazio chiuso dove nella temporaneità nascono e muoiono generazioni.

Dovremmo allora iniziare a precisare meglio i termini della questione. Il problema non sono i rom ma le baraccopoli istituzionali dove vivono poveri urbani. Il problema non è più l’antigitanismo, ormai superato dall’aporofobia, la paura verso il povero. Ma il vero problema è rappresentato da amministratori incapaci e intellettualmente corrotti. Sarebbero loro i primi a dover ritornare da dove sono venuti. Forse già così la questione legata alle baraccopoli italiane potrebbe iniziare a trovare una soluzione.

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