La spinta – o la “nuova linfa”, come la definisce Palazzo Chigi – arriva da Londra: Giuseppe Conte vede Lakshmi Mittal negli uffici dell’ambasciata italiana e assicura che ci sono “obiettivi condivisi”, ovvero la volontà comune di arrivare a un’intesa che, anche grazie all’ingresso pubblico, permetta di continuare a produrre nell’ex Ilva di Taranto e contestualmente avviare una riconversione ecologica. Il tutto con un “livello occupazionale adeguato”, che resta il vero incaglio del negoziato e il motivo per il quale l’accordo non verrà formalizzato. Sicuramente non entro venerdì, quando l’amministrazione straordinaria di Ilva e ArcelorMittal si vedranno in Tribunale. Al giudice Claudio Marangoni – questo è l’obiettivo – verrà presentata una bozza di accordo, aggiornata e approfondita rispetto alle sei pagine consegnate alla vigilia di Natale. Poi continuerà la trattativa. Su basi più soldi, pare di capire. E con quella che l’ad Lucia Morselli ha definito ai rappresentanti sindacali, durante un incontro mercoledì pomeriggio, come “l’assoluta volontà di rimanere” da parte dell’azienda. La numero uno della multinazionale in Italia ha spiegato che si sta “lavorando per trovare un accordo tra le parti”.

I nodi su cui si discute da settimane sono gli esuberi, la leva fiscale e l’entità dell’ingresso pubblico. Nel colloquio londinese Conte spiega di non aver “negoziato i dettagli” con Lakshmi Mittal. Ma di aver “ribadito le linee di fondo del negoziato” per “dare nuova linfa” al lavoro dei “rispettivi negoziatori e dello staff di legali” che, a quanto viene riferito, sarebbero tornati a incontrarsi anche in giornata. Dal governo trapela moderato ottimismo. ArcelorMittal dovrebbe parlare giovedì, in occasione della presentazione del bilancio. Si cerca intanto di chiudere una bozza di accordo entro venerdì, perché – parole di Conte – “in tribunale bisogna andarci ma sarebbe bene arrivarci con un accordo”. Si parte, sottolinea il presidente del Consiglio, dalla “definizione del nuovo piano industriale”. Da lì deriva tutto, inclusa una quota di esuberi che nello stesso governo ritengono inevitabili.

L’azienda ne ha messi sul tavolo 3mila strutturali, secondo alcune fonti l’esecutivo potrebbe arrivare a 2000, che si sommano ai duemila già esistenti. Conte a Mittal ribadisce che “i numeri iniziali non sono accettabili” e che per l’esecutivo è “fondamentale preservare un livello occupazionale elevato”. L’idea sarebbe, in accordo con i sindacati, negoziare una quota sostenibile di ammortizzatori sociali, da unire ad eventuali scivoli e dalle possibilità di impiego per la realizzazione degli interventi del “cantiere Taranto”, il mix di misure per la città che il governo ha tenuto in stand by e in attesa di essere irrorato di soldi ‘veri’, con l’idea di varare un decreto che “accompagni” l’eventuale intesa per l’ex Ilva.

Lo scoglio però è grosso e i sindacati non hanno alcuna intenzione di vidimare senza batter ciglio la trattativa tra Stato e multinazionale. “Se Mittal pensa di fare un accordo con il quale butta a mare i lavoratori, da parte nostra non c’è nessun interesse ad accertarlo”, avvisa la segretaria della Fiom-Cgil, Francesca Re David. “Da moltissimo tempo – aggiunge – noi siamo informati dai giornali su quanto accade. Siamo alle soglie del 7 febbraio quando ci sarà la prossima udienza. È chiaro, per quanto ci riguarda, che nessun nuovo accordo potrà mettere in discussione l’intesa già siglata che prevede una clausola di salvaguardia e con nessun lavoratore licenziato”.

Sulla stessa linea Rocco Palombella: “Riteniamo ancora valido l’accordo sottoscritto nel 2018 e non abbiamo nessuna intenzione di metterlo in discussione. Non accetteremo altri sacrifici nella siderurgia italiana”, dice il segretario dei metalmeccanici della Uil. “Noi – aggiunge – continuiamo ad essere speranzosi che l’udienza del 7 febbraio non ci sarà. Il premier Conte si era impegnato per fare un accordo con Mittal. Dal 5 novembre, però, si continuano a fare trattative segrete senza che il sindacato venga coinvolto. Si parla di esuberi e di assetti societari, mentre noi ci aspettiamo un accordo che non sacrifichi nessun lavoratore”.

L’accordo è probabile che includa anche un nuovo scudo penale. Ma per ora ci si starebbe concentrando sugli aspetti “industriali”. Secondo alcune fonti, Mittal preferirebbe che l’investimento pubblico che – come Conte ribadisce – il governo è pronto a compiere, non avvenga attraverso Invitalia. L’azienda vorrebbe inoltre uno sconto sul prezzo d’affitto degli impianti ex Ilva (aveva offerto 1,8 miliardi di euro ed è la vera ragione grazie alla quale ha vinto la gara contro Acciaitalia) e soprattutto un intervento attraverso la leva fiscale che permetta di abbassare il costo dell’acciaio di Taranto e renderlo competitivo.

L’altro tema è misurare l’intervento pubblico nell’ex Ilva in modo che non sia in contrasto con le regole europee. E poi il premier insiste soprattutto sul tasto della “transizione energetica” e della riconversione degli impianti. “Voglio, vogliamo, che Taranto diventi uno degli stabilimenti più innovativi al mondo”, ha sottolineato martedì il premier spiegando di averne parlato anche co la presidente della commissione Ue Ursula Von Der Leyen. “Abbiamo parlato della possibilità di usare il Just transition fund europeo”, il nuovo Fondo Ue per la transizione ambientale, “anche per Taranto”, sottolinea Conte.

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