Una sera Urbano Cairo si addormentò e fece un sogno: era diventato uno degli uomini più importanti e vincenti d’Italia e del calcio italiano. I giornali, i suoi giornali, celebravano le sue gesta a tutta pagina. I successi della sua squadra di pallone preparavano il terreno a un trionfale ingresso in politica. L’allievo aveva raggiunto il maestro, il destino era compiuto. L’uomo è noto, le sue ambizioni pure. La carriera di Urbano Cairo è iniziata all’ombra di Silvio Berlusconi e in lui i cronisti hanno sempre visto un emulo del cavaliere, tanto da pronosticarne a cadenza sistematica una “discesa in campo” che fin qui non si è mai realizzata. Lui intanto ne ha ripercorso le orme piuttosto fedelmente: presidente-editore, giornali, tv e ovviamente pallone, componenti fondamentali dell’epopea berlusconiana, che non sarebbe stata la stessa senza i trionfi del Milan. Cairo ha rimesso in piedi La7, ha scalato RCS, controllando il principale quotidiano generalista (Corriere della Sera) e sportivo (La Gazzetta dello Sport) del Paese, si è comprato la sua squadra di calcio, il Torino. I presupposti c’erano tutti. I suoi sogni di grandeur, però, s’infrangono su una realtà molto più misera.

Di politica o di editoria, di RCS che chiede lo stato di crisi per sfruttare i contributi pubblici per un nuovo piano di prepensionamenti mentre il gruppo accumula utili e stacca dividendi ai soci, non è il caso di parlare. Restiamo al calcio: da un anno a questa parte Cairo si è messo in testa di diventare un leader anche nel pallone italiano. Voleva essere l’uomo che comanda i giochi in Lega calcio e Figc, che decide nomine e affari. In politica (sportiva) però ha inanellato un fiasco dopo l’altro. Come nell’ultima elezione di presidente di Lega: il “suo” Gaetano Miccichè (è consigliere di RCS) da n.1 uscente ha preso appena 5 voti. Una figuraccia più per chi lo ha candidato che sua. Sui diritti tv (materia che sta piuttosto a cuore anche al Cairo imprenditore) ha fatto retromarcia, passando da principale sostenitore del nuovo canale della Serie A (in funzione anti-Sky) a suo strenuo oppositore, senza mai spiegare perché. Su queste due partite ha provato ad accreditarsi come leader dei grandi club (senza riuscirci, ha spostato praticamente solo il suo voto), ma dovrà bussare presto alla porta di Claudio Lotito e delle “provinciali” (l’altra fazione che comanda in Lega), quando si tornerà a parlare dei progetti di una super Champions internazionale che farebbe la fortuna solo delle big, tagliando fuori dal calcio che conta tutte le altre. Fra cui anche il Torino.

Perché il suo Torino non è una grande squadra e Cairo non è un grande presidente. Ha la storia, il blasone, ma non vince nulla da tempo e anche sotto la sua gestione non è riuscita a fare il salto di qualità definitivo. Nelle ultime settimane poi è diventato quasi una barzelletta, umiliato dall’Atalanta, ridicolizzato anche dal Lecce. Colpa di un allenatore, Walter Mazzarri, arrivato al capolinea (inevitabile l’esonero), delle prestazioni insufficienti di alcuni giocatori chiave. Ma il vero fallimento è societario: la scelta e la conferma del tecnico, la rottura col direttore sportivo Petrachi, un mercato sempre un po’ al risparmio, con investimenti tardivi e sbagliati (vedi Verdi, comprato ad eliminazione dall’Europa League già avvenuta, quando invece sarebbero serviti rinforzi in altri reparti). Cairo il “tagliatore di teste” ha messo in ordine i conti della società, costruito una solida realtà – questo gli va riconosciuto – che di tanto in tanto si toglie qualche soddisfazione. O a volte, come quest’anno disgraziato, prende rovinosi scivoloni. Ma il suo Torino è solo l’ennesima azienda risanata dall’imprenditore, che non vince, non fa sognare i suoi tifosi, figuriamoci gli italiani. Altro che Milan e sogni di grandeur berlusconiana. Stamattina Urbano Cairo si è svegliato con una squadra allo sbando e dodicesima in classifica, un allenatore da esonerare e i suoi giornali un po’ imbarazzati nel dover difendere l’indifendibile. E no, non era solo un incubo.

Twitter: @lVendemiale

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