L’apertura dell’Anno giudiziario a Milano ha visto, ancora una volta, contrapporsi i magistrati agli avvocati. Ma anche i magistrati contro la politica. Il tema è quello virulento sulla riforma/abbattimento della prescrizione. Qualcosa ho già detto in un mio post precedente. Altro ritengo che non vada aggiunto.

Il Procuratore generale di Milano ha bollato la riforma come inutile (non faciliterebbe la funzione giudiziaria, né la velocizzerebbe) oltre che incostituzionale. Un de profundis per chi “liscia il pelo” ai sacerdoti del diritto. Credo non si debba aggiungere altro.

Peraltro ipse dixit: questo affondo viene, infatti, dal rappresentante più alto in carica della magistratura d’accusa del Tribunale di Milano, che è da quasi un quarantennio la sede giudiziaria più autorevole della Repubblica e maggiormente influente nel dettare la linea dell’intera magistratura italiana.

Il resto della cerimonia, fuori dalle parole del Procuratore generale, è stata polemica, anche a dispetto di quanto, solo poche ore prima, era stato auspicato (e annunziato) dal (nobilissimo) palco del Conservatorio della musica, dove si è svolta una profonda serata di musica e cultura musicale. Sono bastate poche ore per ammainare il pensiero di Friederich Nietzsche. Il filosofo di Rocken ebbe a dire che “senza musica la vita sarebbe un errore”.

Ma non bisogna stupirsi che la giustizia volti le spalle al grande pensatore tedesco: basti pensare che l’accertamento giudiziario è l’unico dei mondi umani in cui non è riconosciuto l’errore come suo elemento possibile. Persino la scienza, da ormai un secolo, è considerata “un cimitero degli errori” (Karl Popper) e anzi ha dimostrato che progredisce proprio da questo assunto relativistico. Ma la giustizia è talmente divina da poter andare oltre la scienza.

La giustizia esige di essere assunta pro veritate, alla stregua di un dogma di fede, non concedendo alcuna forma di ripensamento rispetto al suo decidere. Neppure l’istituto giuridico della revisione è un’ammissione d’errore ma, al contrario, una radicalizzazione del dogma. Infatti non vi può essere alcuna revisione fondata sul riconoscimento dell’errore, ma solamente una nuova decisione, basata su elementi diversi e sopraggiunti in seguito al giudicato precedente.

Io desidero celebrare l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario con le parole di Leonardo Sciascia (Il Contesto): “Prendiamo, ecco, la messa: il mistero della transustanziazione, il pane e il vino che diventano corpo, sangue e anima di Cristo. Il sacerdote può anch’essere indegno, nella sua vita, nei suoi pensieri: ma il fatto che è stato investito dell’ordine fa sì che ad ogni celebrazione il mistero si compia. Mai, dico mai, può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così è un giudice quando celebra la legge: la giustizia non può non disvelarsi, non transustanziarsi, non compiersi. Prima, il giudice può arrovellarsi, macerarsi, dire a se stesso: non sei degno, sei pieno di miseria, greve di istinti, torbido di pensieri, soggetto ad ogni debolezza e ad ogni errore; ma nel momento in cui celebra non più. E tanto meno dopo. Lo vede lei un prete che dopo aver celebrato messa si dica: chissà se anche questa volta la transustanziazione si è compiuta? Nessun dubbio: si è compiuta. Sicuramente”.

Se non si parte da qui è inutile polemizzare, battagliare o persino disquisire di diritto. L’errore è l’essenza della cognizione, perché solo il riconoscimento della sua esistenza (come riconosciuto dalla scienza) consente di accedere, faticosamente, al giusto. Non è la toga (di ermellino per la magistratura o nera per l’avvocatura) a trasformare l’essere umano in un soggetto alieno dall’errore.

L’errore vero, non quello da chiacchiera, quello “ingenuo” secondo cui “tutti possono sbagliare”. L’errore esiste se è rimediabile; ed è rimediabile se è riconosciuto dal sistema all’interno del quale può svilupparsi. Il resto è polemica. Perché, senza musica, la vita è un errore.

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