“Se sei bravo e fortunato, per trovare un lavoro qui, dove sono io, ti basta anche mezza giornata”. Gianluca Raso ha 38 anni ed è partito per la Gran Bretagna 12 anni fa, grazie a un bando del ministero dell’Istruzione. Ora insegna a Reading, dove è responsabile dell’insegnamento di lingue – subject leader in education (SLE) – di un trust, un organismo che riunisce più scuole. L’idea di partire arriva mentre frequenta l’università a Cosenza, in Calabria. Il respiro internazionale però c’è sempre stato: madre polacca, fratello trasferito a Malta. “Conoscere il mondo mi ha sempre interessato”, dice a ilfattoquotidiano.it. Cervello in fuga? Ride, e tiene a precisare: “Cervello no, in fuga sì”.

Dopo un Erasmus in Spagna, arriva il cambio di vita oltremanica. La prima meta, nel 2006, è Swansea, nel sud del Galles. Gianluca vince il bando del ministero per insegnare Italiano nelle scuole. “Eravamo 15 persone in tutta Italia, non riuscivo a credere che avessero scelto me”. Qui conosce quella che poi diventerà sua moglie. L’anno dopo si trasferisce a Portsmouth, dove frequenta l’equivalente inglese della Ssis, la Scuola di Specializzazione all’insegnamento secondario: “Il periodo più difficile da quando sono in Inghilterra, ma ho imparato molto. Insegnavo e studiavo. Ho scoperto un sistema educativo del tutto diverso da quello italiano. Parlo dei miei tempi, di quando io ero alunno: di solito l’insegnante parlava e gli studenti ascoltavano. In Gran Bretagna il docente parla pochissimo e coinvolge gli allievi in attività pratiche e laboratori”.

Finito il periodo di formazione comincia a lavorare: “Non c’è nessuna graduatoria in cui essere inseriti. Si fanno colloqui, si mandano cv, si fa un periodo di prova. I tempi possono anche essere molto rapidi. Ho capito qui cos’è la meritocrazia”. Nel corso degli anni si sposta molto: Red Hill, Dorking, Windsor. Poi si ferma a Bracknell, nella contea del Berkshire, dove compra una casa insieme a sua moglie. Capisce che la crescita professionale è possibile, così come raggiungere una stabilità. “A 27 anni mi sono ritrovato sposato, a 30 ho comprato casa. Per me erano obiettivi importanti, non mi sarei mai aspettato di arrivarci così presto”. Essere un punto di riferimento per gli adolescenti suoi allievi, oggi, lo rende orgoglioso, ed è incuriosito dalla loro passione per la tecnologia: ha capito con loro che Facebook, ormai, è vecchio, e che adesso c’è TikTok. Gianluca insegna francese e spagnolo. E l’italiano? “Non è molto studiato da queste parti, ma penso che insegnarlo mi costerebbe fatica: ne sono geloso, è come se volessi tenerlo per me”.

Il suo punto di partenza resta sempre dentro: Conflenti, un paesino con poco più di 1.400 anime in provincia di Catanzaro. “È un pensiero continuo. Mi manca e mi mancherà sempre. Ci torno in agosto ed è sempre bello, ma a volte rimango perplesso, mi chiedo se sia davvero ancora il mio paese. Dopo tanti anni fuori capita di sentirsi un po’ stranieri. Ma rimane un luogo di cui sono molto orgoglioso”. Ai giovani di oggi che vogliono fare il suo stesso percorso consiglia di viaggiare e vedere il mondo con i loro occhi, senza intermediari e a chi se la sente di portare a casa quello che ha imparato. “In un mondo ideale, forse, sarei dovuto tornare, per cambiare le cose in Italia. Ma mia moglie, i miei figli e il mio lavoro sono qui”.

Comunque sia, Gianluca è soddisfatto della strada che ha scelto. Con gli inglesi si trova bene: dal pub allo sport, passando per la musica, organizzano attività per ogni hobby possibile e così sconfiggono la solitudine. La Brexit è l’unica nota stonata: “Non sono cittadino inglese, quindi non ho votato al referendum, ma penso che Londra abbia fatto un errore. Anche se la mia posizione lavorativa non è in discussione, questo è l’unico motivo per cui, a volte, mi viene voglia di cambiare paese”. Ricorda con chiarezza però il momento in cui ha capito che quello stesso paese avrebbe potuto essere un buon posto dove vivere: “Appena arrivato a Swansea, in Galles, mi sono iscritto a una squadra di calcio. Ho sempre giocato, anche nel mio paese d’origine. Là, se sbagliavi, era un fiume di critiche. In Galles, l’opposto. Durante una delle prime partite ho fatto un errore – sono portiere, quindi i miei errori sono sempre pesanti – ma nessuno, con mio stupore, si è arrabbiato. Anzi: tutti mi hanno incoraggiato e supportato, nonostante i miei sbagli. L’importante, mi hanno detto, era andare avanti”.

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