Bisogna “garantire l’accesso alle scuole di specializzazione entro pochi anni dal conseguimento della laurea, aumentando il numero delle borse di studio e ripensando l’attuale sistema che ha drammaticamente ridotto le possibilità di scegliere indirizzi specifici all’interno delle scuole di specialità e rende spesso molto difficile agli aspiranti medici seguire la propria vocazione”. E l’unica “‘cura’ per guarire i malanni del Sistema sanitario italiano” è “puntare su ricerca e innovazione”. Le proposte di soluzioni concrete per migliorarlo sono state inviate al governo tramite un articolo pubblicato su The Lancet Public Health da un gruppo di medici, ricercatori e docenti dell’Istituto scientifico biomedico Euro Mediterraneo (Isbem), della Società italiana di medicina ambientale (Sima), della Società italiana di sanità pubblica e digitale (Sisped) e del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr).

Della carenza di medici nel nostro sistema sanitario si parla da anni: le regioni, per fare fronte alle necessità del territorio, avevano ipotizzato di chiamare in servizio anche chi non è specializzato, mentre il Molise ha chiesto di impiegare quelli militari per evitare la chiusura dei reparti. Poi c’è la carenza ormai emergenziale di quelli di base e gli ospedali che lavorano sotto organico. A guardare le statistiche, poi, tra i medici europei che lasciano il loro Paese più della metà sono italiani: reclutati su Linkedin, all’estero ricevono stipendi più alti e maggiori gratificazioni professionali. Mentre in Italia l’ultima trovata per tappare i buchi in corsia è andare a caccia di professionisti nell’Europa dell’Est. Una soluzione low cost che nulla fa, però, per trattenere nel nostro paese il personale formato dalle nostre università. Una storia che tanti dei nostri cervelli in fuga hanno raccontato su ilfattoquotidiano.it: dalla radiologa in Finlandia che ricorda gli “orari inumani” dei medici italiani all’anestesista emigrato negli Usa che, pur apprezzando il Ssn, è consapevole che non sia più attrattivo per chi potrebbe lavorarci.

Su The Lancet gli addetti ai lavori non puntano a denunciare le storture del sistema, ma illustrano un ventaglio di proposte per prevenire fuga dei cervelli e carenza di professionisti entro i confini nazionali. “È il momento di agire – dice Prisco Piscitelli, epidemiologo Isbem e vicepresidente Sima – Un’iniezione di ricercatori nel nostro Servizio sanitario nazionale, non solo medici ma anche biologi, biotecnologi, farmacisti, ingegneri biomedici, con il loro carico di innovazione scientifica e tecnologica, fino a raggiungere i piccoli ospedali della periferia italiana, gli ambulatori Asl e i gli studi degli specialisti convenzionati e dei medici di medicina generale, rappresenta l’unica via per superare i problemi che affliggono la sanità e al contempo l’università italiana”.

Alessandro Miani, presidente Sima, aggiunge poi che “è nostra convinzione che la qualità e l’attrattività del sistema sanitario italiano per gli operatori sanitari e per i pazienti possano essere migliorate solo creando uno stretto legame tra assistenza e ricerca nell’ambito di un contesto etico e meritocratici. Puntare su ricerca e innovazione è l’unica soluzione per ridurre le disparità sanitarie. Oltre mezzo milione di cittadini italiani si spostano oggi dal Sud al Nord Italia perché credono di ricevere cure di migliore qualità, laddove queste sono associate alla ricerca”. Per Antonella De Donno, del dipartimento di Scienze e tecnologie biologiche e ambientali dell’Università del Salento a Lecce, “arginare la fuga dei cervelli vuol dire dare ai giovani che formiamo nelle università Italiane una prospettiva di immediato inserimento a supporto dell’erogazione delle cure e della prevenzione. Se migliaia di medici e ricercatori italiani hanno lasciato il nostro Paese negli ultimi decenni – conclude De Donno – è infatti a causa di carenza di opportunità, complessità burocratiche nelle procedure di reclutamento, salari inadeguati e scarse prospettive di carriera sulla base di risultati misurabili”.

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