“Per un istante, quella sera, ho temuto che il mio destino fosse lo stesso capitato a Giulio Regeni. Quando mi sono accorto della presenza di uomini dei servizi di sicurezza, una volta aggredito in strada, il mio pensiero è andato a lui e alla sua scomparsa. Era di sera, in mezzo alla gente, e le persone che hanno agito erano le stesse che quattro anni fa hanno rapito Giulio. Le cose poi sono andate diversamente. Se sono ancora vivo è soltanto perché i servizi egiziani hanno voluto evitare un nuovo scandalo Regeni che nel Paese ha avuto un grandissimo impatto, più di quanto si possa immaginare”. Gamal Eid è un notissimo avvocato e attivista egiziano. Direttore esecutivo della Rete araba per le informazioni sui diritti umani (Anhri), tra le più importanti organizzazioni che si occupano di difesa della libertà di opinione nel Paese dei faraoni, negli ultimi quattro mesi è stato vittima di una serie di episodi inquietanti.

L’ultimo è avvenuto la mattina del 29 dicembre scorso, quando al momento di salire a bordo di un taxi nei pressi della sua abitazione, Eid è stato avvicinato e poi aggredito a pugni e calci. Una volta a terra gli hanno rovesciato addosso vernice fresca di diversi colori, lasciandolo agonizzante: “Prima ho subito un attacco a scopo di rapina da parte di un individuo che cercava di strapparmi via la borsa, mentre un suo complice lo aspettava lì vicino in sella a una moto. Pochi secondi dopo, mentre i due balordi scappavano inseguiti dalle persone accorse in mio aiuto, tanto da costringere uno dei due a sparare un colpo di pistola in aria, sul posto sono comparse cinque persone. Uno, il capo, affermava di essere un ufficiale dell’intelligence che si sarebbe occupato della faccenda e mi invitava a recarmi alla vicina stazione di polizia di el-Basateen per i dettagli dell’aggressione. Una volta lì ho capito che quelle persone non avevano nessun legame con la polizia e nessuna ‘ufficialità’ e appartenevano a pezzi deviati dei servizi segreti egiziani. L’ennesimo ‘avviso’ nei miei confronti, ‘sappiamo come e dove ti muovi’, ‘ti possiamo prendere o fare del male in ogni momento’. Seguono me come hanno seguito Regeni all’epoca”.

In effetti le cose per il ricercatore di Fiumicello la sera del 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione di Piazza Tahrir, andarono più o meno allo stesso modo. I primi sei mesi dopo la sua sparizione sono stati puntellati da una serie di depistaggi messi in atto dagli apparati di regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Tentativi poco credibili di individuare e rendere plastica una verità di comodo. Soltanto dalla fine del 2016 l’inchiesta ha subito una svolta, grazie all’input della Procura di Roma, capace di avviare un dialogo, seppur complesso, con i colleghi egiziani, tra ambasciatori ritirati, poi rimandati in sede e infine sostituiti.

Lo scenario di quell’assassinio, comprese le responsabilità oggettive, è stato in parte ricostruito e sono cinque le persone iscritte nel registro degli indagati. Manca, tuttavia, il passo definitivo: abbattere il muro di gomma eretto dal regime del Cairo e portare tutti i responsabili del rapimento, delle torture e dell’omicidio di Regeni alla sbarra. Lo scoglio più grosso. Dal febbraio 2016 ad oggi si sono succeduti tre governi italiani. Tutti, più o meno, hanno viaggiato nel Paese nordafricano e stretto la mano del presidente al-Sisi chiedendo chiarezza e la consegna dei responsabili della morte di Giulio.

L’ultimo, in ordine di tempo, il 14 gennaio scorso, è stato il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il quale, in visita al Palazzo del Governo del Cairo, ha auspicato la ripresa dei contatti tra gli investigatori dei due Paesi che, poi, è avvenuta. Al-Sisi, da parte sua, come in un refrain copia e incolla, ha ribadito la sua “piena collaborazione alle indagini, anche noi vogliamo arrivare alla verità e fare giustizia”. In effetti, Hamada al-Sawi, nuovo procuratore generale al Cairo, ha incontrato gli investigatori di Ros e Sco.

A pochi giorni dal quarto anniversario della scomparsa di Regeni, molti si aspettano importanti novità. Magari un colpo di scena, come accadde due anni fa con la pubblicazione del video in cui il leader sindacale dei venditori ambulanti, Mohamed Abdallah, chiedeva a Giulio dei soldi per curare sua moglie, registrando il tutto con una mini-camera nascosta in un bottone. Lo stesso che, poi, ha denunciato Giulio ai servizi segreti innescando, di lì a pochi giorni, il brutale assassinio.

Se qualcosa succederà anche questa volta Gamal Eid non lo sa, ma sulla necessità di arrivare alla verità dietro l’omicidio di Regeni e su chi dovrà fare qualcosa in più, l’attivista non ha dubbi: “Il fardello più grande resta sempre dalla parte italiana. All’Italia, Paese più democratico rispetto all’Egitto, spetta l’onere di fare tutti gli sforzi possibili per raggiungere la verità. Purtroppo, i compromessi e i calcoli diplomatico-economici prevalgono sul senso di giustizia e fino a quando questa tendenza non verrà invertita nulla succederà di positivo. Il mio sentimento nei confronti di quanto accaduto al povero Giulio è di rabbia assoluta e di paura. Non riesco a figurarmi come sia stato possibile applicare tale brutalità e sadismo nei confronti di un ragazzo, di un giovane ricercatore straniero. A quei sentimenti voglio unire quello della delusione per non essere riusciti, dopo quattro anni, a fare giustizia e consentire totale impunità ai colpevoli. Nonostante tutto, conservo ancora un briciolo di positività. Resto convinto che, un giorno, la verità sulla morte di Giulio Regeni trionferà, finalmente, ma ripeto, solo se i due governi riusciranno ad applicare un’inchiesta vera e trasparente”.

Tornando alle sue disavventure, Gamal Eid racconta nel dettaglio quanto accaduto a fine anno: “Sono stato colto di sorpresa. Quella mattina di fine dicembre, mi apprestavo a salire su un taxi per recarmi nel quartier generale dell’Anhri. Non mi aspettavo che da tre auto parcheggiate nei pressi scendesse un gruppo di funzionari della Sicurezza Nazionale, pronti a scaraventarmi a terra e a picchiarmi. Li ho riconosciuti subito e uno di loro ha detto queste precise parole ‘scaricategli addosso tutta la vernice, così imparerà a comportarsi meglio’. Quando alcuni passanti si sono avvicinati per soccorrermi, gli ufficiali li hanno minacciati puntando loro le pistole e ordinando di andarsene via. Un testimone ha scattato delle foto alle auto, tutte Kia Cerato nere, tutte senza targa. Con quell’atto della vernice il regime pensava di umiliarmi, al contrario la foto con il volto e il corpo coperto di mille colori l’ho postata sui social appena rientrato a casa e in poco tempo ha fatto il giro del web”.

In questi anni decine di attivisti antiregime hanno fatto una brutta fine e attualmente tantissimi restano a marcire in carcere in attesa di giudizio. Altri hanno pensato bene di fuggire dall’Egitto e riparare altrove. Gamal Eid, ben sapendo di essere da sempre nel mirino, non ci pensa neppure: “Lo dovrei fare clandestinamente, visto che da quattro anni il regime mi ha posto il divieto di viaggiare fuori dall’Egitto. Vorrei visitare parte della mia famiglia, che oggi vive a New York, o partecipare a convegni e seminari si diritti umani in giro in Europa. Tuttavia, ho scelto, da sempre, di vivere in Egitto e far parte del movimento democratico antiregime. Certo, temo per me e per la mia famiglia e i brutali attacchi subiti di recente non mi lasciano tranquillo. Io devo decidere tra avere paura o essere complice del potere e ovviamente scelgo di vivere nella paura piuttosto che essere colluso. Mia figlia e tanti giovani hanno rispetto di me e se cedessi alla paura, preferendo una scelta di comodo, quel rispetto svanirebbe”.

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