Dopo il tempo della Chiesa, tempo soprannaturale e non controllabile segnato dal suono delle campane, e dopo il tempo del mercante, tempo razionale e misurabile segnato dalla precisione dell’orologio, la modernità vede affacciarsi una nuova percezione del tempo, un tempo non più univoco e lineare, ma molteplice e reversibile. Un tempo elastico, che può essere rallentato e accelerato, ridotto o ampliato a dismisura. Un tempo, anche, inventato: è nell’Ottocento che si inventa il concetto di preistoria, con la scansione dei suoi grandi periodi. Ed è nello stesso secolo che la fotografia prima e il cinema poi forniscono la tecnologia per fissare il tempo, nel ritratto come nello studio dell’evoluzione del movimento.

L’epoca moderna è segnata da macchine per il tempo, o meglio dalla macchina del tempo, da una Time machine che allude sia alla meccanicità che alla “fabbricabilità” del tempo. Proprio Time machine. Vedere e sperimentare il tempo è il titolo della suggestiva mostra – curata da Antonio Somaini, con Éline Grignard e Marie Rebecchi, da un’idea di Michele Guerra – con la quale ieri si è aperto, alla presenza del presidente Mattarella, l’anno di Parma capitale italiana della cultura. Lo slogan sotto il quale Parma si presenta come capitale del 2020 è “la cultura batte il tempo”, nel doppio significato di “sconfigge” e “scandisce” il tempo. Dunque quest’anno non poteva che aprirsi con una mostra dedicata al tempo.

Time Machine non è però solo il titolo della mostra, ma anche il titolo di un romanzo di fantascienza di H. G. Wells, uscito, guarda un po’, proprio in quel 1895 che è considerato l’anno di “nascita” del cinema (in realtà è l’anno in cui i fratelli Lumière organizzano la prima proiezione commerciale del cinematografo). Nel romanzo di Wells si parla di viaggi nel tempo per scoprire come sarà il paesaggio umano o postumano tra centinaia di migliaia di anni o addirittura tra trenta milioni di anni. Il tempo diventa dunque un materiale plastico, percorribile e modificabile a piacimento. In quegli stessi anni le tecnologie visive, e poi audiovisive, sperimentano la possibilità, inimmaginabile fino ad allora, di rivelare ciò che all’occhio umano è impercettibile: movimenti di animali, processi naturali come lo sbocciare di un fiore o la crescita di un albero, eventi meteorologici, come le nuvole e il vento o il movimento dell’acqua.

Tutto ciò è reso possibile dalle tecniche di riproduzione dell’immagine, che permettono di manipolare il tempo. Il time-lapse, cioè la ripresa di un evento un fotogramma alla volta, in modo che poi in proiezione quell’evento si dispieghi rapidamente davanti a noi, cambia la percezione del tempo. Lo stesso accade per il ralenti o l’accelerato. Tutto questo incide profondamente sull’estetica del cinema, sul modo di pensare le possibilità del cinema. Ma non si tratta solo di un gioco per arditi sperimentatori: è piuttosto l’imprinting di una concezione del tempo come qualcosa di manipolabile, non più soltanto linearmente misurabile.

Nel corso di oltre un secolo, la fotografia, il cinema, la videoarte, oggi la “machine vision” danno l’idea di come si possa realizzare in immagini questa manipolabilità del tempo. Lo si può fare, ad esempio, con la pratica del montaggio di immagini già esistenti: basta pensare a come Jean-Luc Godard ha costruito la sua/le sue Histoire(s) du cinéma. O a come si lavora sul found footage. Oppure lo si può fare destrutturando l’immagine all’infinito attraverso un lavoro di elaborazione digitale che porta alla luce, ad esempio, i pixel di cui l’immagine è composta in forme sempre diverse: in mostra lo fa Jacques Perconte, autore di un video generativo che lavora le immagini di un mare in tempesta. O, ancora, lo si può fare con macchine che imparano a costruire immagini artificiali a partire dall’immagazzinamento di milioni di altre immagini stoccate in rete. Si è parlato in proposito di “realismo senza realtà”. O, infine, lo si può fare in mille altre forme, dal loop all’elaborazione materica delle immagini d’archivio, dalle installazioni con pellicole 35 mm che scorrono in orizzontale in movimenti sempre diversi alla dilatazione di un film a ventiquattr’ore, come fa 24Hour Psycho di Douglas Gordon (1993), proiettando il celebre film di Hitchcock alla velocità di due fotogrammi al secondo.

Nel 1935 Jean Epstein aveva già individuato la potenza del cinema come macchina intelligente: “Non si può credere – scriveva – che [il cinema] non abbia un’influenza sul pensiero. Le macchine inventate dall’uomo hanno una propria intelligenza, dalla quale l’intelligenza umana attinge”. Forse non ce ne siamo accorti, ma quando navighiamo in rete cercando tracce di qualcuno o di qualcosa, di un passato o di un presente o magari di un futuro, flessibilizzando, sovrapponendo, invertendo il tempo, stiamo pagando il nostro tributo di riconoscenza al cinema.

Foto tratta da Facebook

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