Nel bene e nel male la sentenza del TAR del Lazio emessa pochi giorni fa riguardo alle multe comminate a Facebook dall’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato), in pratica l’Antitrust italiana, è destinata a fare la storia nel settore hi-tech. Se infatti da un lato il Tribunale ha cancellato una delle due accuse, dimezzando di fatto la multa e portandola da 10 a 5 milioni di euro, dall’altra per la prima volta ha riconosciuto ufficialmente il valore economico dei dati personali. Ma procediamo con ordine.

Nel dicembre del 2018 l’AGCM aveva deciso di sanzionare Facebook per due condotte giudicate scorrette, comminando per ciascuna di esse una multa da 5 milioni di euro. Nel primo caso infatti si affermava che la frase “è gratis e lo sarà per sempre” con cui il social network si presenta ai nuovi utenti fosse ingannevole, in quanto induceva le persone a iscriversi, senza informarle però adeguatamente riguardo al fatto che il social avrebbe poi usato i loro dati personali per fini commerciali. Ricordate? Se un servizio è gratuito, il prodotto sei tu.

Foto: Depositphotos

Il secondo capo d’accusa invece affermava l’esercitazione di un “indebito condizionamento” della piattaforma social sugli utenti, poiché essa avrebbe trasmesso i loro dati a siti web e app di terze parti senza un esplicito consenso.

Ebbene, il TAR ha ritenuto la prima accusa fondata, confermando quindi l’importo della multa, ma ha rigettato la seconda come priva di fondamento, in quanto Facebook richiede il consenso all’atto della registrazione. Per la prima volta dunque, come riconosciuto anche da Altroconsumo, “si mette nero su bianco che i dati personali hanno un valore economico e che Facebook non ha informato i suoi iscritti di questo e del modo in cui li ha utilizzati”. Allo stesso tempo, la pronuncia ha riconosciuto che i dati personali possono “costituire un asset disponibile in senso negoziale, suscettibile di sfruttamento economico e, quindi, idoneo ad assurgere alla funzione di controprestazione in senso tecnico di un contratto”.

Una sentenza storica dunque che manda ai colossi dell’hi-tech un messaggio chiaro: le informazioni private, liberamente condivise dagli utenti, possono essere utilizzate a fini commerciali, ma solo a patto di informare in modo chiaro gli utenti su cosa ci si voglia fare. Ora non resta che attendere la decisione del giudice sull’ammissibilità della class action avanzata da Altroconsumo, a cui hanno già aderito oltre 125mila persone, in cui si chiede un risarcimento di 285 euro per ogni utente e per ogni anno di iscrizione al social. “Dopo questa decisione del TAR le nostre richieste sono ancora più fondate”, ha commentato l’associazione dei consumatori.

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