In Italia c’era chi sapeva leggere le relazioni internazionali. In questo paese c’era una volta una sinistra e questa sinistra era capace di elaborare un pensiero critico, radicale, fuori dagli schemi dell’ortodossia. Non tutta. Sto parlando anzi di una minoranza. Era la sinistra intellettuale ed eretica, certo, fatta spesso di irregolari, cani sciolti che si tenevano lontani dalla Realpolitik che il togliattismo aveva inoculato nel comunismo italiano. Una sinistra realista, tuttavia. Però non cinica, sostenuta da una tensione etica che faceva da contrappunto allo sguardo disincantato sul potere e sullo scettro grondante di lacrime e sangue, come diceva il poeta, e che invece di quello scettro si compiaceva.

Quel pensiero critico oggi è stato abbandonato perché non c’è più una sinistra, né quella ortodossa che spiegava le relazioni internazionali alla luce del marxismo-leninismo, né quella eretica. E tutt’al più spetta ai rossobruni e ai sovranisti ‘di sinistra’ scimmiottare quel lavorare di scarto, quel mettersi di traverso, quel fare sempre la mossa del cavallo che era tipica dei ‘cavalli pazzi’ della sinistra italiana. Uno scimmiottare che – così dice – non è né di destra né di sinistra (e questo è un grave danno) e che soprattutto è molto depauperato, molto indebolito sul piano teorico.

Sia chiaro: c’erano già, dentro quel pensiero eretico, i germi di ciò che sarebbe diventata la sinistra, c’erano tutte le avvisaglie che sarebbe sfociata nel rossobrunismo e nel sovranismo. Ché la critica severa all’Occidente, alle sue colpe, all’imperialismo delle armi e alla retorica colonizzatrice dei diritti avrebbe rischiato di ottenere il risultato di buttare il bambino con l’acqua sporca, liquidando tutto come volontà di conquista del “Grande Satana”.

Qualcuno ancora capace di una visione della complessità per fortuna c’è rimasto, e che gli dei ce lo conservino. Per esempio due grandi intellettuali statunitensi, Noam Chomsky e Richard Falk, che oggi scrivono una lettera preoccupata al Congresso degli Stati Uniti dove rimarcano l’illiceità dell’esecuzione di Soleimani.

Cercando si parva licet di rimanere nel solco di questa tradizione – ma evitandone i rischi e le ambiguità che si denunciavano prima – penso occorra da un lato condannare con fermezza l’azione unilaterale statunitense, svoltasi contro il diritto internazionale, e in generale riconoscere i crimini e i misfatti dell’Occidente; dall’altro lato, tuttavia, occorre tenere fede alla parte migliore dell’eredità dell’Occidente, anche contro l’Occidente stesso, ovvero anche quando è esso stesso – come è sempre accaduto – a tradire quella eredità. Per non buttare, come si diceva, il bambino con l’acqua sporca.

Allora occorre ricordare che il diritto è messa in forma della violenza. Ed è — la forma — la più grande eredità dell’Occidente. Altro che radici giudaico-cristiane! Orbene, valutare un gesto sotto il profilo sostanziale tradisce quella eredità e condanna l’Occidente a tradire se stesso e i suoi valori più alti. Non che sia la prima volta: il tradimento è antico quanto la nascita di quei principi. Ma essi sono un ideale normativo. Se vi abdichiamo, rinunciamo a difendere ciò che davvero andrebbe difeso dell’Occidente, altro che ‘identità’ e ‘culture’ intese nello sciocco senso monolitico degli essenzialisti (i quali, peraltro, non capirebbero un’acca di questo ragionamento).

Dunque l’uccisione di Soleimani ci interroga: come dobbiamo valutarla? Dobbiamo forse salutare con favore l’uccisione mirata e illegale di un uomo forse spregevole, saltando a piè pari la forma, oppure dobbiamo pensare che la forma rappresenti una garanzia che ci allontani dalla barbarie dell’esecuzione sommaria, fosse anche un’esecuzione sommaria di un (forse) criminale? Io so da che parte stare, e so come rispondere a chi — sulle orme di Michael Walzer — risponderebbe con l’argomento della ‘supreme emergency’ con la quale il teorico americano giustificò il bombardamento di Dresda.

Il giudizio su Soleimani sarebbe spettato a una corte internazionale indipendente. Ne esiste una, la Corte Penale Internazionale. Posto che essa sia indipendente, tuttavia il suo funzionamento è su base pattizia. Israele e la Cina, per esempio, non ne hanno sottoscritto lo statuto. Lo stesso hanno fatto gli Stati Uniti. Et pour cause, vien fatto di dire: per il timore di finire, da poliziotti del mondo, sul banco degli accusati.

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