Al punto in cui ormai è giunta la guerra per procura libica, l’ingresso in campo di truppe turche non è certo il male peggiore. Per quanto possano risultare brutali, quei soldati appartengono a un esercito regolare: insomma non sono i macellai al soldo del generale Haftar e neppure certe bande di miliziani-negrieri schierati con il governo di Tripoli e un tempo cari al Viminale.

Se i turchi dovessero fermare Haftar e imporre l’armistizio, Ankara incasserà un lauto profitto a spese degli europei, puniti perché anche in questa occasione velleitari e inconcludenti. Ma ancor peggio sarebbe per tutti se vincesse Haftar, perché la lunga e rischiosa anarchia militare che ne conseguirebbe potrebbe costare assai cara, all’Eni e all’Italia.

Beninteso: non conviene a nessuno che la Libia diventi il campo di battaglia di una guerra tra cattivi e pessimi. Ma prima di intonare il consueto “mamma li turchi!”, la politica e l’informazione italiane provino a raccontarsi finalmente chi è Haftar e quali sono i suoi metodi. Un aiutino: lo scorso 17 luglio nella città libica di Bengasi una unità del generale, sotto il comando di suo figlio Khaled, è piombato in casa di Seham Sergiwa, parlamentare eletta nelle prime e uniche elezioni libiche (2014) e l’ha rapita, dopo aver sparato al marito e picchiato selvaggiamente il figlio 14enne. Da allora, e malgrado gli appelli di Onu, Unione europea e Amnesty ad Haftar, della Sergiwa non si hanno più notizie.

Nessuno dubita che sia stata uccisa, probabilmente dopo essere stata violentata. La sua colpa: interpellata da una emittente libica, aveva criticato l’offensiva lanciata da Haftar su Tripoli. Inoltre a suo tempo era stata autrice di un documentato report inviato alla Corte penale internazionale circa gli stupri di massa compiuti durante la guerra civile dalle truppe di Gheddafi, parte delle quali ora combattono per il generale Haftar.

Il rapimento della Sergiwa non ha suscitato in Italia alcuna interrogazione parlamentare ed è stato pressoché ignorato dall’informazione, probabilmente a motivo di due circostanze: in quanto nemico dei Fratelli musulmani, Haftar ha da tempo estimatori a destra e sinistra; e da quando si è avvicinato ai tubi dell’Eni (2017) non dispiace ai governi italiani, da tempo disponibili a scaricare al Serraj e a confermare anche in Libia la nomea per la quale l’Italia non finisce mai una guerra dalla parte in cui l’aveva cominciata.

A conferma, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio giorni fa ha fatto la voce grossa con al Serraj, colpevole di aver chiesto ad Ankara l’aiuto che si attendeva da Roma e dalla Ue, e si è intrattenuto assai amichevolmente con Haftar, ricevendone in cambio lodi (“Lei deve essere orgoglioso di se stesso, può essere l’esempio di tutti i giovani libici, un modello”) che avrebbero messo in grave disagio – data l’origine – chiunque fosse provvisto non dico di una dignità ma perlomeno di un cervello. Subito dopo, al Serraj ha chiesto ai turchi di accelerare i tempi dello sbarco.

Qualcuno chiamerà “realismo” la benevolenza che l’Italia riserva ad Haftar: ma è un realismo che ignora la realtà. Haftar non vuole alcuna soluzione politica (non la vuole il suo primo sponsor, l’Egitto), ma non ha alcuna possibilità di prendersi tutta la Libia perché non ha grande seguito nella popolazione, presso la quale è considerato con ragione il Quisling di un’alleanza egiziano-emiratina-saudita cui si è aggiunto Putin.

Il suo “Esercito nazionale libico” è una sommatoria di lanzichenecchi: bande salafite finanziate dalle petromonarchie del Golfo, reduci gheddafiani, mercenari russi, milizie del Chad, Janjawid sudanesi già distintisi in patria nell’arte del massacro. Insomma pendagli da forca che potranno conquistare territori ma non riusciranno a dominarli, e finiranno inevitabilmente col produrre tante ribellioni e un’anarchia militare ancora più sanguinolenta.

Di conseguenza scambiare smancerie con Haftar, come hanno fatto Di Maio e altri ministri degli ultimi governi italiani, significa raccontarsi alla popolazione libica come amici di un tiranno ripugnante, fama che in futuro potrebbe esporre Italia ed Eni a giustificate rappresaglie.

Questo rischio da noi non viene messo in conto, probabilmente perché si ritiene che i libici, e gli arabi in generale, siano predisposti ad assoggettarsi docilmente al rais di turno, una volta vincitore. Ma anche se abbiamo difficoltà a crederlo, i libici non sono tanto diversi da noi. Certo non lo era la deputata Seham Sergiwa, i cui titoli accademici, conseguiti in ottime università occidentali, non trovano equivalenti nei curricula della gran parte dei parlamentari italiani.

In altre parole Haftar è il problema, non la soluzione. Un’Italia consapevole e dotata di un qualche coraggio cercherebbe di toglierlo di mezzo, anche attraverso la Corte penale internazionale, cui non sarebbe difficile far giungere prove di tanti misfatti. In ogni caso quell’Italia che non c’è la smetterebbe di confidare nell’aiuto americano, nel rinsavimento di Macron, nella buona volontà dell’amico Putin, ed entrerebbe in campo con un’iniziativa propria.

Una proposta del genere è stata formulata di recente dall’ex segretario generale della Farnesina Giampiero Massolo, ma senza alcun risultato. A Di Maio non mancano bravi consiglieri, tra i diplomatici. Affidi a quelli la politica estera, che è una cosa seria, e si dedichi alle batracomiomachie pentastellate. Quantomeno eviterebbe di rendere ancora più tragicomico un Paese che già provvede da solo a coprirsi di ridicolo.

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