Vivo da 7 anni in un paesino dell’Emilia, a voler essere precisi in una delle sette frazioni (Vicobarone) di uno splendido paesino che riposa fra magnifiche colline, Ziano Piacentino, circa a un’ora d’auto da Milano. Il comune più vitificato d’Italia, come recita con orgoglio il sindaco. L’economia locale si basa per lo più sulla produzione di vino (alcune centinaia di aziende vitivinicole) ma anche su una delle eccellenze delle terre piacentine, i salumi, due dei più grandi pancettifici d’Europa si trovano su questo territorio, come recita sempre con orgoglio il sindaco.

La popolazione è come in buona parte d’Italia in calo, e oltre che dai cittadini italiani è composta da un numero ragguardevole di “stranieri” per lo più provenienti dalla Romania, dall’Albania, ma anche dall’India, dal Brasile e dalle ex repubbliche sovietiche.

Molti dei giovani sono nati qui da genitori non di qui, accomunati dal dialetto, dalla passione per i motori e per il calcio.

Alcuni di questi ragazzi hanno completato brillantemente gli studi e frequentano con successo facoltà universitarie non certo semplici, come ingegneria, matematica, fisica o farmacia. Vengo però al punto, parlando con un ragazzo che ha da poco finito il liceo gli domando se ha intenzione di proseguire gli studi, ma un po’ dalla mimica ma anche dalle poche parole che esprime, capisco che lo farebbe volentieri ma che la sua famiglia non può permetterselo e così va a lavorare.

“Che lavoro fai?” a domanda risponde: “Il lavoro degli stupidi”.

Questa mi mancava, non ero a conoscenza che esistesse. “Che lavoro sarebbe?”, chiedo: “Lavoro in campagna”. Sento nella mia testa il frastuono di luoghi comuni che vanno in frantumi che da buon milanese coltivavo. Lavorare la campagna sarebbe un lavoro da stupidi? Siamo nella seconda decade del secondo millennio dopo Cristo, non nei primi anni Cinquanta in cui le campagne si svuotavano per riempire le fabbriche, oggi le campagne si stanno ripopolando, la produzione del vino è in continuo sviluppo, eppure si pensa ancora così come mi conferma un signore di qui “E’ una cultura vecchia a morire, da sempre lavorare nelle campagne è considerato un lavoro di poco conto, poco retribuito e duro”. I figli di molti proprietari hanno lasciato queste terre per la città, per lavorare in banca, in un ufficio o in qualche officina.

La campagna non attrae, resta nella testa di noi ex cittadini attempati legati alla letteratura dell’agricoltura o di qualche coltivatore illuminato (ci sono aziende che fanno un ottimo vino esportato in tutto il mondo). La terra è bassa dicono in molti, richiede molta fatica, e rende poco. Ma contrariamente a quello che canta Enzo Jannacci nel Palo della banda dell’ortica io non credo che questo sia “un laurà de stupid”.

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