Paolo Di Paolo, classe ’83, può essere considerato oggi uno degli autori più brillanti e prolifici del panorama letterario italiano. Lo ritroviamo in libreria con Lontano dagli occhi (Feltrinelli, 189 pagine, 16 euro) un romanzo che intreccia le vite di tre donne che abitano nella stessa città – Roma, agli inizi degli anni ottanta – e che sono accomunate dallo stesso destino: smettere di essere figlie per diventare madri.

Raccontare la maternità da un punto di vista femminile non è una cosa semplice, ma lo scrittore decide di mettersi alla prova e di voler comprendere, grazie allo strumento che gli è proprio, la scrittura, non solo le reazioni provate dalle sue protagoniste al momento della scoperta della notizia, ma anche quando e come esse sono riuscite a prendere consapevolezza della trasformazione avvenuta all’interno del loro corpo.

Il primo personaggio che viene presentato ai lettori è Luciana, una donna che lavora in un giornale che sta per chiudere e che ama un uomo, l’Irlandese, sparito chissà dove. Sente di non farcela, crede che il bambino la tenga in ostaggio e non riesce ad accettare l’idea che la sua vita cambierà totalmente. Si prosegue poi con la diciassettenne Valentina, studentessa di liceo, convinta che da grande farà la psicologa, ma che adesso vive una profonda crisi esistenziale che la porta a fuggire di casa e a non parlare più con Ermes, il padre del bambino. Infine è la volta di Cecilia, che vive fra una casa occupata e la strada. Gironzola con il suo cane Giobbe, silenzioso compagno di vita, alla quale la ragazza si affida come fosse un padre, e quando scopre di essere incinta ritorna da Gaetano, che lavora in una pizzeria al taglio, in cerca di un ultimo favore.

Di Paolo accompagna queste donne durante tutto il periodo della gestazione e descrive, con dovizia di particolari, i movimenti del corpo e i pensieri sempre più insistenti: l’insonnia, il battito cardiaco accelerato, la difficoltà a svolgere azioni rapide, il rimpianto per una giovinezza perduta, la mancata accettazione di sentirsi abbandonate dai loro compagni.

Storie quindi che narrano di trasformazioni, ma anche di perdite, dolori, fughe e incomprensioni che coinvolgono anche le famiglie spesso ostili e impreparate.

“I genitori occultano come possono i tifoni all’orizzonte – chiudiamo tutti gli oblò! Nascondono la fatica che fanno nel tenere la rotta, guidando per ore attraverso la burrasca delle preoccupazioni adulte.”

Come impreparati, spaventati e increduli sono i padri. Sappiamo bene che gli uomini non vivono sul proprio corpo i mutamenti di una gravidanza e che non provano in prima persona i dolori del parto; ma questo non impedisce loro di essere partecipi e presenti. Nel libro accade il contrario. Ermes è ancora un ragazzino che si appresta a vivere la sua adolescenza; l’Irlandese cambia continuamente dimora e in lui alberga l’irrequietezza tipica degli artisti, a volte irresponsabili, e Gaetano, l’unico propenso ad un atteggiamento comprensivo, si ritrova fragile e confuso.

“Un uomo che sta per diventare padre non lo riconosci da niente. Nessuno gli cede il posto, nessuno gli fa largo, nessuno suppone di doverlo proteggere, o compatire…può lui stesso, per qualche ora, dimenticare, e non sarà di certo il corpo a ricordarglielo.”

Fa da sfondo alla narrazione Roma di cui si percepisce la sua funzione di complice attenta. A lei, infatti, in quell’estate dell’83 vengono raccontati i segreti più profondi e per le strade della città la sensazione di smarrimento tipica dei personaggi viene contrastata dalla voglia di vivere della gente comune che si rallegra ascoltando canzoni come Tropicana o Vamos a la playa e che tuttavia rimane esterrefatta dinanzi ad eventi di cronaca, come l’uccisione del giudice Chinnici, la scomparsa di Emanuela Orlandi, il primo crollo della Democrazia cristiana e la nascita del primo governo Craxi, che segneranno la storia del nostro paese.

Il senso pieno del libro però verrà fuori solo nell’ultima parte, intitolata Lontano, dove l’autore lascia in sospeso la fine delle tre storie, che non interessano in quanto tali, ma sono solo il pretesto per una riflessione più profonda. Ecco che il figlio abbandonato, che si sente un alieno venuto sulla terra, si pone delle domande riguardo ai suoi genitori biologici e sul perché è stato concepito. In questo caso nessuna risposta sarà esaustiva. Si avvertirà solo una malinconia di fondo che sfocerà in un disagio quasi palpabile.

Lontano dagli occhi si presenta dunque come un libro che ci induce a riflettere, ma è anche un libro che scava nelle solitudini che spesso ci caratterizzano e che legittima noi esseri umani a sentirci fragili di fronte a ciò che ci accade. Inoltre, la scrittura di Paolo Di Paolo si fa carezza che conforta e che cerca, in maniera delicata, di avvicinare i lettori per colmare quei vuoti che, a volte, solo la letteratura è in grado di fare.

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