Il fatto ormai è noto. Una ragazza ha “trollato” Salvini mentre lui dormiva.

Uno sberleffo forse eccessivo, ma possiamo dire senza paura di essere smentiti che tale azione sia stata una reazione sarcastica mossa dai tanti diti medi indirizzati dallo stesso Salvini verso i suoi critici interlocutori. Basta andare su Google e utilizzare come chiavi di ricerca per immagini “salvini dito medio” per rendersene conto. La ragazza peraltro è stata sì sfrontata, ma sottile nel richiamare un gesto divenuto – di fatto – un marchio di fabbrica di questo personaggio politico (un po’ come il “vaffa” di Beppe Grillo).

Ma ricordiamoci che è una ragazzina. Con aria sbarazzina ha guardato verso lo schermo del suo smartphone e ha fatto quel gesto scomodo e un po’ scurrile che caratterizza da tempo lo stile di comunicazione politica del soggetto inquadrato sullo sfondo della foto. Qualcuno ha prontamente minacciato querele, ma in un procedimento penale ci sarebbe da ridere… Piuttosto, chiediamoci invece se quanto successo successivamente integri una condotta giuridicamente corretta dal punto di vista penale e della protezione dei dati personali.

Le conseguenze di questo gesto, infatti, come purtroppo sappiamo sono state terribili per la ragazzina. Salvini e la sua equipe di comunicazione ha sfruttato l’occasione a proprio vantaggio e – come fatto già in passato a tre malcapitate studentesse minorenni in una manifestazione di un annetto fa – ha deciso di pubblicare la foto con il volto della ragazza in chiaro (senza oscurarla), aizzando subito il suo stuolo di fedelissimi che – con zelo squadristico – hanno prontamente dato la caccia alla dissidente, rintracciandone il nome e i profili social, per poi subissarla di vergognosi insulti e frasi di scherno. A questo linciaggio mediatico ha contribuito incredibilmente anche un quotidiano (e i giornalisti – se non sbaglio – avrebbero un codice deontologico da rispettare), costringendo la ragazza a chiudere tutti i suoi profili social in poco tempo. E per una ragazza di quell’età questo è un vero e proprio suicidio digitale, con evidenti danni alla sua vita sociale e di relazione. Rendiamocene conto.

Può un politico agire in questo modo, mettendo in atto delle azioni dagli effetti non diversi dal bullismo (se non fosse per il fatto che la ragazza sia appena maggiorenne) e – di fatto – incitando all’odio i suoi seguaci, senza oscurare il volto di una persona (che pur ha osato sbeffeggiarlo)? Può essere consentito al politico di turno tentare di dissuadere eventuali contestatori, reprimendo il legittimo diritto di critica con azioni di linciaggio mediatico verso comuni cittadini, in palese contrasto con la normativa in materia di protezione dei dati personali (senza considerare eventuali profili di illiceità penale delle condotte di alcuni)?

La studentessa ha esercitato il suo diritto di critica e anche di satira costituzionalmente garantito. Dario Fo diceva che “ancora non si è capito che soltanto nel divertimento, nella passione e nel ridere si ottiene una vera crescita culturale”. Qui l’intento della ragazza era evidentemente sarcastico. Forse, forte ed esagerato, ma è tipico della satira l’esagerazione. Peraltro, storicamente, per i personaggi pubblici – come i politici – il diritto alla riservatezza è stato sempre contemperato dal diritto di critica e dal diritto di cronaca, proprio perché questi diritti integrano principi di pari rango costituzionale. Diversamente, il diritto alla riservatezza risulta prevalente nei riguardi dei cittadini che non sono personaggi pubblici.

Questa ragazza, avrebbe potuto essere pubblicamente criticata nelle sue ragioni e nei suoi metodi irriverenti e poco eleganti, ma sicuramente non può essere considerata legittima la ripubblicazione del suo volto, del nome e dei suoi profili social, finalizzando tale pubblicazione alla messa in atto di violente azioni di bullismo digitale da parte dei sostenitori del personaggio politico, violando palesemente – se non altro – il principio di minimizzazione nel trattamento dei dati personali di questa ragazza, che è uno dei principi fondamentali del Gdpr. E spero che il Garante possa intervenire con forza questa volta, considerato che in passato non l’ha fatto. Ed è ancor più grave che l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali rimanga silente ancor più quando accadimenti di questa portata si verificano ai danni di un comune cittadino (in passato addirittura verso minori). E io spero che le vittime inizino anche ad esercitare i loro legittimi diritti in giudizio e spero anche che con altri giuristi, come il Collega Enrico Pelino, si possa presto attivare un Centro di difesa pro bono a tutela di cittadini oggetto di tali aggressioni on line. La disponibilità c’è in tal senso.

Mi permetto infine di suggerire ai gestori di social network di attivare delle forme di auto-protezione da parte degli utenti, come ad esempio, la possibilità di rendere il proprio account “invisibile” agli altri utenti per un certo periodo, “sospendendolo” senza doverlo cancellare. Ciò sarebbe considerato sicuramente in linea con lo spirito del Gdpr.

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