L’editoria italiana tira a campare e punta tutto sui tagli perché non ha ancora trovato il modo di affrontare con successo la sfida digitale. Nel focus sul settore dell’ufficio studi di Mediobanca ci sono tutti i limiti di un’industria che non riesce ad immaginare il suo futuro. Certo, nello scorso anno, i primi sette editori del Paese sono riusciti a far crescere il margine operativo che, in media, arriva al 5,7 per cento. Ma dietro a questo numero si celano soluzioni lacrime e sangue per dipendenti e collaboratori, non certo una nuova era di crescita. A trainare il risultato Cairo-Rcs che è nel pieno di un piano di rilancio. Va segnalato, inoltre, che la redditività dei sette maggiori editori italiani è seconda solo quella dei rivali tedeschi che però investono costantemente mettendo in sicurezza crescita del fatturato ed occupazione.

Arriva ancora dalla carta l’86,5% dei ricavi mondiali con il fatturato dei quotidiani che scende del 3,4% a 111 miliardi. Nessuna inversione di tendenza dunque rispetto al passato: dal 2014 la flessione è stata infatti del 13,2 per cento. Resta stabile la diffusione cartacea (-0,3%), mentre registra un lieve miglioramento (+1%) la diffusione complessiva che include anche il digitale. Migliorano i ricavi da diffusione digitale che sono più che raddoppiati in ultimi cinque anni. Registra invece un vero e proprio boom la pubblicità digitale che lo scorso anno ha segnato un aumento del 24,8 per cento. La pubblicità sui giornali subisce un crollo del 28,9% in ultimi cinque anni segnando una flessione dell’8% nel 2018. Il ribasso dei ricavi da diffusione cartacea accelera notevolmente (-7,4%) contro il -2,5% dell’anno prima.

Fra i diversi media sono i giornali a soffrire maggiormente perdendo 240mila copie al giorno. In totale sono andate perse 2,5 milioni di copie, un terzo (-32,3%) in meno rispetto al 2014 . Su base annua il calo si è invece attestato all’8,6 per cento. Aumentano le copie digitali, ma non in maniera proporzionale: l’incremento è stato infatti del 13% a quota 380 mila.

Sulla base del giro d’affari i primi sette gruppi editoriali in Italia, che rappresentano il 67% del totale settoriale, chiudono il 2018 con una flessione dei ricavi del 4% a 3,4 miliardi. Tiene l’editrice Cairo-Rcs, primo gruppo editoriale del Paese, con 1,224 miliardi (+0,5%), mentre gli altri editori sono tutti in terreno negativo. Mondadori (Berlusconi) perde l’8,1% a 891 milioni, Gedi (Exor) il 5,9% a 649 milioni, il Sole 24 Ore (Confindustria) cede il 5% a 211 milioni. Rallentano anche Monrif (174 milioni, -1,7%)), Caltagirone (139 milioni, -7,3%) e Class (69 milioni, -3,2%).

Sotto il profilo della redditività, i primi sette editori registrano un netto miglioramento del margine operativo netto (+5,7% del fatturato contro lo 0,3% del 2014). Un risultato possibile soprattutto grazie al fatto che Rcs è tornata ad avere un margine operativo netto positivo (12,3%). Tuttavia lo stesso indicatore è risultati in calo per il gruppo Cairo Editore, che controlla Rcs (dal 13,1% del 2014 all’ 8,4% lo scorso anno). In miglioramento anche Mondadori (dal 2,8% al 6,4%). Ma si tratta delle sue uniche eccezioni. Le altre aziende sono tutte in territorio negativo. Soffre in particolare il gruppo Class (da -10,4% a -12,5%) focalizzato essenzialmente sul segmento economia e finanza. Complessivamente, come spiega Mediobanca, il miglioramento dei margini è il risultato del taglio del costi. Gli investimenti sono più che dimezzati in cinque anni con l’occupazione che è scesa del 14,1 per cento. Ciononostante i bilanci restano in rosso per cinque editori su sette. Riescono a produrre risultati positivi solo Cairo-Rcs con 60 milioni di profitti e l’editrice toscana Monrif con 11 milioni di utili.

L’editoria italiana non è naturalmente la sola a soffrire nel Vecchio continente. Tuttavia secondo lo studio c’è anche chi riesce a far funzionare bene le cose. In Germania i ricavi crescono dell’1% e l’occupazione aumenta del 3,2%, mentre la redditività industriale si attesta all’8,1% senza tagliare gli investimenti: è al 7,2% il tasso d’investimento.

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