Quasi 1.000 miliardi di dollari spesi, 2.300 militari e 3.800 contractor americani uccisi per una guerra ormai persa. Ma ciò che di nuovo emerge dall’inchiesta del Washington Post e dalle circa 2mila pagine di documenti riservati e interviste confidenziali a funzionari e ufficiali statunitensi è che, per 18 anni, i tre governi Bush, Obama e Trump hanno mentito e nascosto le prove del fallimento della campagna militare in Afghanistan, cercando di far passare il messaggio che la guerra ad al-Qaeda e la lotta all’integralismo Taliban potessero essere vinte.

I racconti di chi, dopo l’11 settembre 2001, si è trovato all’improvviso catapultato in un Paese ormai abbandonato nelle mani dell’estremismo degli Studenti coranici raccontano di ufficiali impreparati, soldati spaesati e strategie di combattimento e lotta al terrorismo, al crimine organizzato, al radicalismo e al traffico di stupefacenti che si sono rivelate fallimentari. “Cosa abbiamo ottenuto con questi 1.000 miliardi di dollari spesi? – ha chiesto ai funzionari di governo Jeffrey Eggers, Navy Seal ritiratosi – Quando abbiamo ucciso Osama bin Laden, ho detto che Osama stava probabilmente ridendo nella sua tomba sott’acqua ripensando a quanto avevamo speso in Afghanistan”.

Ma l’inchiesta del Post svela soprattutto le bugie sui falsi progressi delle forze occidentali, a guida americana, nel Paese. Progressi che devono invece essere ridimensionati, con i Taliban che, negli ultimi anni, hanno riconquistato terreno tornando a un dominio record dall’invasione americana del 2001, mentre il numero delle morti civili ha fatto registrare i dati più alti da quando sono iniziati i rilevamenti, nel 2010. Nell’inchiesta si legge che diversi funzionari hanno dichiarato che al quartier generale militare di Kabul e alla Casa Bianca era pratica comune quella di diffondere dati falsi per far credere all’opinione pubblica che, invece, l’operato delle forze Usa stesse portando a risultati positivi. “Ogni informazione delle indagini è stata modificata per diffondere la migliore immagine possibile”, ha dichiarato Bob Crowley, colonnello dell’esercito e consulente senior per la controinsurrezione.

Le interviste sono cominciate nel 2014, su iniziativa del Sigar, l’autorità americana che si occupa dei progetti di ricostruzione nel Paese guidata da John Sopko, con l’intento di realizzare una sorta di report chiamato Lessons Learned, le “Lezioni imparate”, sugli errori commessi dal 2001 in Afghanistan. Il problema, scrive il Wp, è che tutte le dichiarazioni di ufficiali e funzionari sono state inserite in maniera tale da minimizzare la situazione, e il 90% di queste sono state diffuse senza attribuire i virgolettati a un nome, con la scusa della riservatezza. Quando il giornale ha chiesto all’autorità di avere le 2mila pagine di interviste, che contenevano 428 trascrizioni di colloqui e diverse registrazioni audio, il Sigar si è rifiutato, tanto che il Post ha dovuto ricorrere per due volte alle vie legali pur di ottenerle.

“Non invadiamo i paesi poveri per renderli ricchi – ha risposto alle domande del governo James Dobbins, un ex diplomatico americano che ha servito come inviato speciale in Afghanistan sotto Bush e Obama – Non invadiamo i paesi autoritari per renderli democratici. Invadiamo i paesi violenti per renderli pacifici e, chiaramente, abbiamo fallito in Afghanistan“. Lo stesso Sopko ha dichiarato che “il popolo americano è stato costantemente ingannato“, mentre Douglas Lute, generale dell’esercito americano in pensione aveva detto: “Eravamo privi di una conoscenza di base dell’Afghanistan. Non sapevamo cosa stessimo facendo. Non avevamo la più pallida idea di ciò che ci eravamo impegnati a fare”.

Ai documenti del Sigar, il Washington Post ha affiancato una serie di memorie di Donald Rumsfeld, ex Segretario della Difesa del governo Bush. “Aiuto”, ha scritto Rumsfeld in un passaggio, “non riusciremo mai a venire via dall’Afghanistan se non ci preoccupiamo di trovare una strategia che offra la stabilità che ci permetterà di andarcene”.

Il rapporto con il Pakistan, le domande su chi combattere e sconfiggere prima, al-Qaeda o i Taliban, i dubbi su chi fossero veramente “i cattivi”, come ricostruire un Afghanistan stabile, come impedire la nascita di una cleptocrazia, un Paese fondato sulla corruzione degli alti gradi delle istituzioni. Poi i rapporti con la polizia locale che i militari Usa dovevano addestrare ma che odiavano profondamente a causa della corruzione imperante, fino all’incapacità di contrastare la nuova ascesa Taliban. Tutte verità taciute, nascoste sotto le dichiarazioni sui “costanti progressi” delle varie missioni. Tutto per la paura di presentare all’opinione pubblica l’evidenza di un nuovo Vietnam.

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