Non si chiama più contratto, come inizialmente Luigi Di Maio aveva detto. Si chiama agenda, cronoprogramma, lista di priorità, roadmap. Verifica, dice Goffredo Bettini, l’anima del Pd zingarettiano. No, “verifica” no perché “è un rito da Prima Repubblica”, precisa in serata Italia Viva che rivendica che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte abbia ascoltato proprio loro, i renziani per rivedere l’agenda. Ma tra mezzi distinguo e scelta variegata delle parole la maggioranza giallorossa prova a uscire dal pantano delle liti sulla manovra economica – durate in modo continuativo una settimana intera – e rinsaldare il patto a 4, lo stesso che ha fatto nascere l’esecutivo anti-Salvini di agosto. Anzi, tenta di formulare un accordo che valga fino al 2023. “Quando il presidente del Consiglio parla di una verifica del programma a gennaio – spiegano fonti di Palazzo Chigi in serata – intende dire che è necessario tracciare una roadmap di governo chiara con le priorità e un cronoprogramma di riforme strutturali condiviso da tutte le forze di maggioranza fino alla fine naturale della legislatura. L’impegno preso dalle forze di maggioranza è governare fino al 2023, le riforme si potranno mettere a punto e realizzare in un orizzonte temporale ampio non certo in pochi mesi”.

E’ il sigillo sulla serie di dichiarazioni da tutti i partiti di maggioranza, leader compresi. Aveva cominciato Bettini, appunto, a Radio24: serve una verifica, aveva detto, perché “non possiamo stare sospesi ogni giorno a Di Maio o a Renzi“. Mentre in Parlamento sta per iniziare la corsa contro il tempo per l’approvazione della legge di Bilancio, è il capo di governo a garantire che “un minuto dopo l’approvazione della legge di Bilancio” dovrà aprirsi la verifica di governo che è “necessaria” e che dovrà indicare “un cronoprogramma fino al 2023“. Il senso è che l’ostacolo di una manovra complicata fatta da un governo ricomposto in fretta e con difficoltà dopo la crisi aperta ad agosto dalla Lega – una volta superato – possa lasciar spazio a una programmazione con margine più ampio e addirittura disteso sui tre anni che mancano alla fine della legislatura. “Sarebbe irrispettoso” replica naturalmente il capo dell’opposizione, il segretario della Lega Matteo Salvini.

Conte ne fa un problema di metodo, quasi di stile: “Il Paese vuole chiarezza – sottolinea – non possiamo permetterci di proseguire con dichiarazioni, diverse sensibilità, sfumature varie, diversità di accenti. Questo si farà a gennaio, adesso parliamo della manovra. A gennaio vedrete che avrete soddisfazione su questo fronte, perché sarò io per primo a chiedere a tutte le forze politiche a fare chiarezza. E attenzione, non è solo un problema di cosa fare a febbraio o a marzo, o nel 2020. Noi abbiamo preso l’impegno a governare questo Paese fino al 2023; alcune urgenze che il Paese ci chiede sono riforme strutturali e non possiamo prendere in giro i cittadini dicendo che facciamo in due o tre mesi una riforma strutturale. Per cambiare il Paese abbiamo bisogno di un po’ di tempo. Se le forze politiche vogliono rispondere diversamente perché hanno un orizzonte diverso, lo dovranno dire: ci confronteremo, ma non ho in questo momento alcun dubbio che l’impegno che verrà fuori impegnerà fino al 2023″. Il destinatario sembra uno – Italia Viva, ma il messaggio fa comodo a tutte le forze politiche.

A partire dai Cinquestelle, accusati in alcune occasioni, in questi tre mesi, di sollevare questioni a beneficio della loro visibilità e di un possibile recupero di consensi. Di Maio però si allinea a Palazzo Chigi: “La condivisione interna di dover stilare un’agenda – scrive in una nota – con precise priorità per il Paese, come chiesto già settimane fa dal M5s, dimostra che ci sono le basi per fare ancora meglio. In questa cornice, di condivisione e convergenza, il governo deve andare avanti su temi fondamentali come casa, sanità, lavoro. Penso sia doveroso stilare una lista di priorità andando a individuare le tempistiche per l’approvazione, vale a dire un cronoprogramma da gennaio, per portare avanti con trasparenza le cose che abbiamo promesso”. Sparita la parola contratto – che d’altra parte non ha portato granché bene -, ma il punto è politico: contratto, agenda, cronoprogramma sono tutti sinonimi.

Di certo Conte parla in totale sintonia con il segretario del Pd Nicola Zingaretti: “Chiudiamo bene la manovra economica”, ha scritto su Facebook. “Poi, con il presidente Conte, lavoriamo ad una nuova Agenda 2020 per riaccendere i motori dell’economia, per creare lavoro, per sostenere la rivoluzione verde, per rilanciare gli investimenti, per semplificare lo Stato, per sostenere la rivoluzione digitale, per le infrastrutture utili, per investire su scuola, università e sapere. Alleanza vuol dire condivisione e avere a cuore gli interessi dell’Italia”. Un orizzonte lungo facilitato, secondo il ragionamento del leader democratico, dalla presa di posizione del commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni sulla modifica delle regole Ue: “Sono parole importanti sulla modifica delle regole europee per consentire di affrontare al meglio le sfide future per un nuovo modello di sviluppo che mette ai primi posti della nostra agenda la sostenibilità ambientale e sociale. Chiudiamo bene la manovra economica. C’è bisogno di una visione condivisa, come sottolinea anche il segretario della Cgil Landini, di un progetto tra governo, organizzazioni sindacali e imprese per salvare l’Italia”. Una linea condivisa anche da Roberto Speranza, ministro della Salute e capodelegazione di Liberi e Uguali al governo: anche a lui non piace la parola “verifica”, “ma credo – spiega – che sia assolutamente opportuno immaginare a gennaio un grande momento in cui definiamo insieme l’agenda 2020”. “Io credo molto in questo governo, sono convinto che aver fatto cadere il muro di incomunicabilità fra i 5 Stelle e il centro-sinistra sia stata la scelta giusta – ha concluso – dobbiamo continuare a investire parlando il meno possibile di noi e il più possibile delle cose fatte”.

Gli ultimi a dirla chiara sono proprio quelli di Italia Viva. Ma la dicono: “Bene l’apertura di Conte che accoglie la nostra richiesta di lavorare sullo sblocco dei 120 miliardi di euro sulle opere pubbliche – rivendica Ettore Rosato, il coordinatore – E se c’è una richiesta di confronto in maggioranza noi siamo disponibili. Naturalmente non per riti da prima repubblica ma per una rapida revisione dell’agenda che per noi vuol dire innanzitutto piano shock da 120 miliardi di investimenti e revisione dell’Irpef per abbassare la pressione fiscale”. Le bandierine cominciano a essere piantate, la revisione dell’agenda potrebbe non essere un gioco da ragazzi.

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